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martedì 3 maggio 2016

La commissione europea vieta, nei progetti H2020, l'utilizzo dei cococo, cocopro e assegni di ricerca all'Università Italiana.


La commissione europea ha stabilito nell’Annotated Model Grant Agreement (AMGA) con un documento divenuto noto il 26 ottobre scorso in un evento organizzato dall'APRE (H2020 Communication Campaign ‘How to avoid Financial Errors') che assegni di ricerca,  co.co.co e co.co.pro non sono previsti come costi ammissibili e quindi accettati dall'Europa per le rendicontazioni dei progetti di H2020. Quindi, di fatto, ridimensionando in maniera significativa la possibilità della rendicontazione dei c.d "Inhouse consultants".

Perchè? Le obiezioni sollevate dall'Europa sono di tipo contrattuale e tecnico, ovvero riferibili alla legge 240/2010, meglio nota come legge Gelmini (art.22) e si possono riassumere in due frasi:

1) gli assegnisti di ricerca non hanno un monte ore lavorativo correlato alla retribuzione

2) gli assegni di ricerca non sono contratti di lavoro subordinati, sono privi del vincolo di subordinazione difatti versano i contributi alla gestione separata INPS

Un'ipotesi ventilata dalla Commissione per poter far ricorso agli assegni di ricerca è quella di prevederli all'interno dei costi riferibili ad affidamenti di servizi esterni ovvero secondo la procedura della best value for money, cioè una gara di preventivi.
Evidentemente tale ipotesi non è applicabile ai bandi sugli assegni di ricerca perchè appunto, si tratta di bandi pubblici con un concorso per titoli ed esami il cui importo è stabilito sul bando stesso e il candidato non offre certo un preventivo.
Oppure di considerarli all’interno dei Indiretti (forfettario 25%). 

Per tutta risposta il Codau (Convegno dei Direttori Generali delle Università Italiane) e l'APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) hanno risposto all'Europa affermando che, per la realtà legislativa italiana, tali tipologie sono assimilabili ai contratti subordinati per la sussistenza di tre requisiti: la continuità, che ricorre quando la prestazione perduri nel tempo; la coordinazione, intesa come connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell'organizzazione aziendale; la personalità, che si ha in caso di prevalenza del lavoro personale del preposto sull'opera svolta dai collaboratori e sulla utilizzazione di una struttura di natura materiale”. Citando, a questo proposito diverse sentenze della Corte di Cassazione: Cassazione n. 7785 del 1997, Cassazione n. 6752 del 1996, Cassazione n. 3485 del 2001, Cassazione n. 14722 del 1999.


Il Governo italiano sembra essere determinato, per il momento, nel mantenere la situazione attuale all’interno del mondo della ricerca.
Infatti il Miur ha inviato alla UE una comunicazione specificando la situazione italiana e, in sostanza, richiedendo, di nuovo, il riconoscimento, come veniva attuato nel 7imo programma quadro 2007 – 2013,  delle forme contrattuali presenti attualmente.

Da un lato, secondo il Ministero del Lavoro gli assegni di ricerca non sono veri e propri contratti di lavoro, ma borse di studio: questa la tesi sostenuta dal Dicastero di Poletti per negare la DIS-COLL agli assegnisti. Dall’altra il MIUR, per bocca del Sottosegretario Davide Faraone ha di recente sostenuto la tesi opposta.

Ad oggi la questione è aperta ed estremamente pericolosa per i precari della ricerca e per tutti i progetti aperti H2020 che le Università italiane hanno con la UE.
Ma soprattutto fa esplodere tutte le contraddizioni normative e welfaristiche del nostro sistema verso questa fattispecie di precari della ricerca.

La conseguenza immediata e drammatica dell’intervento della Commissione Europea, in assenza di adeguati finanziamenti all’Università, è l’espulsione dal perimetro della ricerca universitaria di circa un precario su due. Senza contare l’impatto che, in assenza di una risposta governativa Italiana, avrà sulla ricerca operativa.
Non è allarmismo, bensì la constatazione che il costo dei contratti subordinati, ovvero degli RTD, è almeno doppio a quello degli assegni di ricerca, che in un sistema definanziato hanno rappresentato uno dei canali principali per garantire le attività di ricerca.

La commissione Europea, pur mettendo in grande difficoltà il sistema italiano, consente di far emergere la situazione, probabilmente non più perseguibile, del sistema dei contratti precari nell’università italiana.

Tutto questo rafforza la necessità e l’urgenza di un intervento di riforma del sistema di reclutamento che semplifichi il pre - ruolo eliminando la giungla di contratti precari anche alla luce delle disposizioni europee.

In mancanza di risposte operative, quello che accade ora è che questa decisione si abbatte come una scure su una importante fonte di finanziamento delle Università Italiane e della ricerca Italiana. 


La commissione europea ha stabilito nell’Annotated Model Grant Agreement (AMGA) con un documento divenuto noto il 26 ottobre scorso in un evento organizzato dall'APRE (H2020 Communication Campaign ‘How to avoid Financial Errors') che assegni di ricerca,  co.co.co e co.co.pro non sono previsti come costi ammissibili e quindi accettati dall'Europa per le rendicontazioni dei progetti di H2020. Quindi, di fatto, ridimensionando in maniera significativa la possibilità della rendicontazione dei c.d "Inhouse consultants".

Perchè? Le obiezioni sollevate dall'Europa sono di tipo contrattuale e tecnico, ovvero riferibili alla legge 240/2010, meglio nota come legge Gelmini (art.22) e si possono riassumere in due frasi:

1) gli assegnisti di ricerca non hanno un monte ore lavorativo correlato alla retribuzione

2) gli assegni di ricerca non sono contratti di lavoro subordinati, sono privi del vincolo di subordinazione difatti versano i contributi alla gestione separata INPS

Un'ipotesi ventilata dalla Commissione per poter far ricorso agli assegni di ricerca è quella di prevederli all'interno dei costi riferibili ad affidamenti di servizi esterni ovvero secondo la procedura della best value for money, cioè una gara di preventivi. 
Evidentemente tale ipotesi non è applicabile ai bandi sugli assegni di ricerca perchè appunto, si tratta di bandi pubblici con un concorso per titoli ed esami il cui importo è stabilito sul bando stesso e il candidato non offre certo un preventivo.
Oppure di considerarli all’interno dei Indiretti (forfettario 25%).  

Per tutta risposta il Codau (Convegno dei Direttori Generali delle Università Italiane) e l'APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) hanno risposto all'Europa affermando che, per la realtà legislativa italiana, tali tipologie sono assimilabili ai contratti subordinati per la sussistenza di tre requisiti: la continuità, che ricorre quando la prestazione perduri nel tempo; la coordinazione, intesa come connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell'organizzazione aziendale; la personalità, che si ha in caso di prevalenza del lavoro personale del preposto sull'opera svolta dai collaboratori e sulla utilizzazione di una struttura di natura materiale”. Citando, a questo proposito diverse sentenze della Corte di Cassazione: Cassazione n. 7785 del 1997, Cassazione n. 6752 del 1996, Cassazione n. 3485 del 2001, Cassazione n. 14722 del 1999.


l Governo italiano sembra essere assai confuso in materia, ma altrettanto determinato nel mantenere la situazione attuale all’interno del mondo della ricerca. 
Infatti il Miur ha inviato alla UE una comunicazione specificando la situazione italiana e, in sostanza, richiedendo, di nuovo, il riconoscimento, come veniva attuato nel 7imo programma quadro 2007 – 2013,  delle forme contrattuali presenti attualmente. 

Da un lato, secondo il Ministero del Lavoro gli assegni di ricerca non sono veri e propri contratti di lavoro, ma borse di studio: questa la tesi sostenuta dal Dicastero di Poletti per negare la DIS-COLL agli assegnisti. Dall’altra il MIUR, per bocca del Sottosegretario Davide Faraone ha di recente sostenuto la tesi opposta.

Ad oggi la questione è aperta ed estremamente pericolosa per i precari della ricerca e per tutti i progetti aperti H2020 che le Università italiane hanno con la UE. 
Ma soprattutto fa esplodere tutte le contraddizioni normative e welfaristiche del nostro sistema verso questa fattispecie di precari della ricerca.

La conseguenza immediata e drammatica dell’intervento della Commissione Europea, in assenza di adeguati finanziamenti all’Università, è l’espulsione dal perimetro della ricerca universitaria di circa un precario su due. Senza contare l’impatto che, in assenza di una risposta governativa Italiana, avrà sulla ricerca operativa. 
Non è allarmismo, bensì la constatazione che il costo dei contratti subordinati, ovvero degli RTD, è almeno doppio a quello degli assegni di ricerca, che in un sistema definanziato hanno rappresentato uno dei canali principali per garantire le attività di ricerca. 

La commissione Europea, pur mettendo in grande difficoltà il sistema italiano, consente di far emergere la situazione, probabilmente non più perseguibile, del sistema dei contratti precari nell’università italiana. 

Tutto questo rafforza la necessità e l’urgenza di un intervento di riforma del sistema di reclutamento che semplifichi il pre - ruolo eliminando la giungla di contratti precari anche alla luce delle disposizioni europee.

In mancanza di risposte operative, quello che accade ora è che questa decisione si abbatte come una scure su una importante fonte di finanziamento delle Università Italiane e della ricerca Italiana. 



La commissione europea ha stabilito nell’Annotated Model Grant Agreement (AMGA) con un documento divenuto noto il 26 ottobre scorso in un evento organizzato dall'APRE (H2020 Communication Campaign ‘How to avoid Financial Errors') che assegni di ricerca,  co.co.co e co.co.pro non sono previsti come costi ammissibili e quindi accettati dall'Europa per le rendicontazioni dei progetti di H2020. Quindi, di fatto, ridimensionando in maniera significativa la possibilità della rendicontazione dei c.d "Inhouse consultants".

Perchè? Le obiezioni sollevate dall'Europa sono di tipo contrattuale e tecnico, ovvero riferibili alla legge 240/2010, meglio nota come legge Gelmini (art.22) e si possono riassumere in due frasi:

1) gli assegnisti di ricerca non hanno un monte ore lavorativo correlato alla retribuzione

2) gli assegni di ricerca non sono contratti di lavoro subordinati, sono privi del vincolo di subordinazione difatti versano i contributi alla gestione separata INPS

Un'ipotesi ventilata dalla Commissione per poter far ricorso agli assegni di ricerca è quella di prevederli all'interno dei costi riferibili ad affidamenti di servizi esterni ovvero secondo la procedura della best value for money, cioè una gara di preventivi.
Evidentemente tale ipotesi non è applicabile ai bandi sugli assegni di ricerca perchè appunto, si tratta di bandi pubblici con un concorso per titoli ed esami il cui importo è stabilito sul bando stesso e il candidato non offre certo un preventivo.
Oppure di considerarli all’interno dei Indiretti (forfettario 25%). 

Per tutta risposta il Codau (Convegno dei Direttori Generali delle Università Italiane) e l'APRE (Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea) hanno risposto all'Europa affermando che, per la realtà legislativa italiana, tali tipologie sono assimilabili ai contratti subordinati per la sussistenza di tre requisiti: la continuità, che ricorre quando la prestazione perduri nel tempo; la coordinazione, intesa come connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell'organizzazione aziendale; la personalità, che si ha in caso di prevalenza del lavoro personale del preposto sull'opera svolta dai collaboratori e sulla utilizzazione di una struttura di natura materiale”. Citando, a questo proposito diverse sentenze della Corte di Cassazione: Cassazione n. 7785 del 1997, Cassazione n. 6752 del 1996, Cassazione n. 3485 del 2001, Cassazione n. 14722 del 1999.


l Governo italiano sembra essere assai confuso in materia, ma altrettanto determinato nel mantenere la situazione attuale all’interno del mondo della ricerca.
Infatti il Miur ha inviato alla UE una comunicazione specificando la situazione italiana e, in sostanza, richiedendo, di nuovo, il riconoscimento, come veniva attuato nel 7imo programma quadro 2007 – 2013,  delle forme contrattuali presenti attualmente.

Da un lato, secondo il Ministero del Lavoro gli assegni di ricerca non sono veri e propri contratti di lavoro, ma borse di studio: questa la tesi sostenuta dal Dicastero di Poletti per negare la DIS-COLL agli assegnisti. Dall’altra il MIUR, per bocca del Sottosegretario Davide Faraone ha di recente sostenuto la tesi opposta.

Ad oggi la questione è aperta ed estremamente pericolosa per i precari della ricerca e per tutti i progetti aperti H2020 che le Università italiane hanno con la UE.
Ma soprattutto fa esplodere tutte le contraddizioni normative e welfaristiche del nostro sistema verso questa fattispecie di precari della ricerca.

La conseguenza immediata e drammatica dell’intervento della Commissione Europea, in assenza di adeguati finanziamenti all’Università, è l’espulsione dal perimetro della ricerca universitaria di circa un precario su due. Senza contare l’impatto che, in assenza di una risposta governativa Italiana, avrà sulla ricerca operativa.
Non è allarmismo, bensì la constatazione che il costo dei contratti subordinati, ovvero degli RTD, è almeno doppio a quello degli assegni di ricerca, che in un sistema definanziato hanno rappresentato uno dei canali principali per garantire le attività di ricerca.

La commissione Europea, pur mettendo in grande difficoltà il sistema italiano, consente di far emergere la situazione, probabilmente non più perseguibile, del sistema dei contratti precari nell’università italiana.

Tutto questo rafforza la necessità e l’urgenza di un intervento di riforma del sistema di reclutamento che semplifichi il pre - ruolo eliminando la giungla di contratti precari anche alla luce delle disposizioni europee.

In mancanza di risposte operative, quello che accade ora è che questa decisione si abbatte come una scure su una importante fonte di finanziamento delle Università Italiane e della ricerca Italiana. 


dalla comunicazione UE (europe.eu)

List of issues applicable to particular countriesItaly
Category:  WORKFORCE CONTRACTS
Issue: Contratto a progetto (co.co.pro.), Contratto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co),Assegni di Ricerca
Reply: May NOT be declared as personnel costs.However, they may be eligible as:Subcontracting: if the activities  covered by the contract  are part of the tasks of the action detailed in Annex 1 (e.g.:the contract is to produce deliverable X, to work on work  package Z, to carry out research work for the H2020 action)-Purchase of services: if the activities covered by the contract are not part of the tasks of the actionIn both cases the award of the contract must fulfil the specific  eligibility conditions (Article 10 or Article 13), including that  the contract must be awarded ensuring best value for money  and no conflict of interests.If the contract remunerates also other activities on top of the work in the H2020 action ( i.e. it is not exclusive for the H2020 action) the beneficiary cannot charge any part of that contracts as direct cost unless:- the contract fixes a specific amount to be paid for the  work in the H2020 action, or-there is other direct measurement of the cost  corresponding to the work in the H2020 action (example:  the contract sets a price of 100 € per test and 50 tests  have been done for the H2020 action).Otherwise that contract would be considered indirect cost  (covered by the 25 % flat-rate)    


















martedì 1 settembre 2015

Approvazione del POR FESR VENETO: il riassunto negli obiettivi prioritari e nelle allocazioni economiche.



Con comunicazione di un qualche giorni fa (18 Agosto 2015, per la precisione), la Comunità Europea ha approvato il POR FESR del Veneto.
Come sapete si tratta di fondi FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) che ogni regione realizza mixando le priorità definite dalla Commissione Europea per la programmazione in corso e gli adeguamenti nazionali, con specifiche richieste locali (Regionali, appunto) derivanti dal contesto e dalla situazione socio – economica locale (in questo caso della Regione Veneto).
Con questa approvazione si conclude l’iter programmatorio per il periodo 2014 – 2020. Ora bisognerà attendere che la macchina burocratica Regionale faccia i passi necessari per arrivare ai Bandi Regionali.
Sono quindi stati sbloccati 600 milioni di euro (Per l’intero periodo 2014 – 2020) per investimenti strutturali nella Regione del Veneto, di questo 300 milioni sono finanziati dall’Unione Europea.

Come dicevo questo documento definisce programmazione e obiettivi della politica Veneta in questo periodo di programmazione. E i soldi, sono a noi (Veneto) destinati. Si potrebbe dire basta spenderli. Ma ricordiamoci che nonostante alcune buone performances, siamo MAI riusciti a spendere integralmente le dotazioni ottenute e al Veneto destinate.
Non essendoci, ad oggi, 1 Settembre 2015 nessun bando esecutivo relativo a questi fondi, vi elenco in maniera sintetica a quali obiettivi fanno riferimento.

Comparazione degli obiettivi generali europei con le % di raggiungimento di quelli nazionali e della programmazione della Regione Veneto. 

Crescita intelligente: per sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, l’UE mira altresì a raggiungere un 40% di laureati o con titolo equivalente tra i giovani dai 30 ai 34 anni. L’Italia non raggiunge la media europea e mira a un target del 26-27% nel 2020, mentre il Veneto si ferma ad un 21,4% (2012) - sotto alla media nazionale pari al 21,7% (2012) - tuttavia in crescita rispetto al 16,1% del 2005.

Crescita sostenibile: per quanto riguarda l’obiettivo europeo di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, il Veneto contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo nazionale che mira a ridurre le emissioni di gas serra del 13% rispetto al 2005. Per la sostenibilità della crescita vengono inoltre proposti gli obiettivi dell’aumento del 20% dell'efficienza energetica e del raggiungimento del 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili; il target (nazionale) per quest’ultimo obiettivo è fissato al 17% per l’Italia e al 10,3% per il Veneto.
       
Crescita inclusiva: La crescita inclusiva promuove un alto tasso di occupazione e il target europeo mira a un tasso di occupazione del 75% tra i 20 e i 64 anni. L’Italia mira a raggiungere nel 2020 il 67/69% di occupazione, percentuale su cui si attesta già ora il Veneto.

Capacità innovativa: il Veneto si colloca tra i “moderate innovators” secondo il Regional Innovation Scoreboard 2014 della CE: “sistema territoriale che opera in un regime inferiore alla media UE ma che dispone di punti di forza, quali l’innovazione non basata su R&S, e che in generale utilizza tecnologie e sistemi innovati già sviluppati da altri”.
Per un’analisi di contesto dei distretti si rimanda al documento RIS3 della Regione del Veneto.
La capacità innovativa del Veneto — data dal rapporto fra la spesa pubblica e privata per R&S ed il prodotto regionale — è al di sotto della media italiana (1,07%, 2012) e ancora molto lontana dagli obiettivi per l’Italia di UE 2020 (1,53%). Incide negativamente, in particolare, la bassa percentuale della spesa pubblica in R&S sul PIL (0,3%). Viceversa la Regione Veneto si caratterizza per peculiarità positive costituite dall’elevato peso della spesa per R&S privata rispetto alla spesa complessiva (67,2%, 2011) e dall’elevata accelerazione fatta registrare dall’indicatore negli ultimi 5 anni. La maggiore quota di investimenti in R&S è riconducibile al comparto manifatturiero (72% della spesa).

Situazione digitale: pur occupando uno dei primi posti in Italia, il Veneto non conferma la sua capacità se confrontata con l’Europa, a causa di un ritardo strutturale italiano.
A livello regionale, i dati sulla copertura del servizio di banda larga di base (almeno 2 Mbps) presentano una copertura della popolazione compresa tra il 95-100% (Rapporto Caio, 2014) mentre, all’inizio del 2014, la copertura del servizio a banda larga a 30 Mbps è pari indicativamente al 7,56% della popolazione del Veneto, in particolare residente nei principali Comuni della Regione (2013, MiSE).
Due famiglie venete su tre dispongono di una connessione internet, rispetto al 61% in Italia, con una crescita sostenuta negli ultimi anni superiore a quella nazionale. La quasi totalità delle imprese venete con più di 10 addetti operanti nei settori industria e servizi dispone di PC (99%) e conta sulla diffusione della banda larga (96,2%) (2014).
Per quanto riguarda la copertura della popolazione con banda ultra larga (almeno 100Mbps) il dato in Veneto è pari allo 0,05% (2013, MiSE): ovvero vi sono pochissime aree del territorio del Veneto coperte con questa velocità di connessione. L’assenza di copertura con banda ultra larga rappresenta un punto di debolezza, soprattutto per gli insediamenti produttivi.

Secondo il documento approvato la Regione ha ideato e proposto una strategia (S3) che viene descritta da queste parole che riporto integralmente:
Strategia di ricerca e innovazione per la specializzazione intelligente” (S3) in corso di avanzata elaborazione da parte della Regione Veneto. Si tratta dell’agenda per lo sviluppo socio-economico del territorio, integrata e place – based  finalizzata a valorizzare gli ambiti produttivi di eccellenza tenendo conto del posizionamento strategico territoriale e delle prospettive di sviluppo in un quadro economico globale, identificare i vantaggi competitivi e le specializzazioni tecnologiche più coerenti con il potenziale di innovazione regionale su cui concentrare le risorse, mettere a sistema oltre ai principali stakeholder (imprese, istituzioni della conoscenza, policy makers) anche le politiche di ricerca e innovazione al fine di accrescere il patrimonio di conoscenze e diffondere i vantaggi dell'innovazione nell'intera economia regionale, grazie ad un vero e proprio percorso di entrepreneurial discovery”
In questo contesto, sia la Commissione UE che la conferenza delle Regioni hanno identificato un insieme di “Driver” fondamentali per raggiungere gli obiettivi prefissati: il digitale e l’ICT sono un fattore di innovazione congiunto dei processi economici (sviluppo della capacità produttiva ICT-based, economia della conoscenza, start-up innovative…), dei processi sociali (cittadinanza digitale, innovazione sociale, crowdsourcing e crowdfunding), così come dei processi istituzionali e amministrativi (e-government e open government, framework di interoperabilità…).

A seguire il documento del POR FESR VENETO individua 4 aree di specializzazione e sette Assi prioritari. Sono aree di specializzazione:
a) Il settore dell’Agrifood (riferendosi ad esempio alla micro ricettività culinaria diffusa e alla produzione di vini di qualità)
b) Il settore della Creatività (riferendosi ad esempio al Distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, all’area dello “sport system” di Asolo e Montebelluna, al Distretto bellunese dell’occhialeria, al Distretto orafo di Vicenza e al Distretto Vicentino della concia…)
c) Il settore della Smart Manifacturing include la componentistica meccanica e la meccanica
strumentale (meccatronica) che rappresentano due settori di una specializzazione più ampia,
con forti interdipendenze.
d) Il settore della Sustainable Linving riguarda sia le caratteristiche della struttura esterna delle abitazioni e più ingenerale delle costruzioni che le modalità di fruizione degli spazi interni. Ne fanno parte ilsettore delle costruzioni nelle sue varie articolazioni, i produttori di materiali e impianti, l’industria dell’arredamento con la sua tipica organizzazione distrettuale.

Elenchiamo quindi gli assi prioritari, gli Obiettivi Tematici (OT) prioritari identificati e l’allocazione finanziaria per ogni OT


Asse 1 – Ricerca, Sviluppo tecnologico e Innovazione (con riferimento all’OT 1)
Asse 2 – Agenda Digitale (con riferimento all’OT 2)
Asse 3 – Competitività dei Sistemi produttivi (con riferimento all’OT3)
Asse 4 – Energia sostenibile e Qualità della vita (con riferimento all’OT 4)
Asse 5 – Rischio sismico ed idraulico (con riferimento all’OT 5)
Asse 6 – Sviluppo Urbano Sostenibile (con riferimento agli OT 2, 3, 4 e 9).
Asse 7 – Capacità amministrativa e istituzionale (con riferimento all’OT 11)


Asse 1 - Ricerca, Sviluppo tecnologico e Innovazione (103.479.552,00 €)
- Rafforzare e qualificare le infrastrutture di ricerca pubbliche e private in termini dicreazione di nuovi laboratori, miglioramento degli impianti esistenti e della strumentazione scientifica delle strutture di ricerca (Atenei, imprese, strutture per l’innovazione e il trasferimento tecnologico), e realizzazione di centri di competenza per la fornitura di servizi trainanti in grado di favorire le ricadute della conoscenza sul sistema produttivo regionale.
- Promuovere gli investimenti delle imprese in ricerca e innovazione attraverso il sostegno
all’inserimento nel sistema produttivo di capitale umano altamente qualificato (ricercatori, personale tecnico altamente specializzato, …).
- Sostenere l’acquisto di servizi per l’innovazione tecnologica, strategica, organizzativa e commerciale da parte di micro, piccole e medie imprese.
- Promuovere lo svolgimento di attività di R&S da parte delle imprese anche in forma aggregata, anche mediante partnership Centri di ricerca – imprese.
- Supportare la creazione e il consolidamento di start-up innovative ad alta intensità di conoscenza e le iniziative di spin-off della ricerca in ambiti in linea con le strategie di specializzazione intelligente.

All’interno di questi obiettivi viene scelto come prioritario l’
OT 1 - "Rafforzare la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione” entro il quale vengono identificate due azioni prioritarie”:
a) Potenziare l’infrastruttura per la ricerca e l’innovazione e le capacità di sviluppare l’eccellenza delle R&I e promuovere centri di competenza, in particolare quelli di interesse europeo; (€ 30.000.000,00 €)
b) promuovere gli investimenti delle imprese nell'innovazione e nella ricerca e sviluppare collegamenti e sinergie tra imprese, centri di R&S e istituti di istruzione superiore, in particolare lo sviluppo di prodotti e servizi, il trasferimento di tecnologie, l'innovazione sociale, l'ecoinnovazione, le applicazioni nei servizi pubblici, la stimolazione della domanda, le reti, i cluster e l'innovazione aperta attraverso la specializzazione intelligente, nonché sostenere la ricerca tecnologica e applicata, le linee pilota, le azioni di validazione precoce dei prodotti, le capacità di fabbricazione avanzate e la prima produzione, soprattutto in tecnologie chiave abilitanti e la diffusione di tecnologie con finalità generali; (73.479.252,00 €)


Asse 2 - Agenda digitale (68.986.368,00 €)
- sostegno alla diffusione della banda ultra larga (velocità di connessione ad almeno 30 Mbps) in modo da soddisfare la domanda crescente da parte della popolazione e delle imprese di servizi di nuova generazione;
- razionalizzazione dei Data Center Pubblici sia in una ottica di riduzione della spesa pubblica nel campo delle TIC che in vista di un ammodernamento delle infrastrutture di servizio della pubblica amministrazione;
- promozione e qualificazione dell’offerta di servizi interattivi e di e - government da parte degli Enti Pubblici;
- sostegno alla interconnessione delle banche dati attraverso la promozione all’adesione al circuito CRESCI - Servizi di cooperazione e interoperabilità;
- sostegno al processo di alfabetizzazione e inclusione digitale di cittadini e imprese.

OT 2 – “Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nonché l’impiego e la qualità delle medesime.”
Le relative azioni prioritarie scelte sono:
a) estendendo la diffusione della banda larga e il lancio delle reti ad alta velocità e sostenendo l’adozione di reti e tecnologie emergenti in materia di economia digitale; (30.000.000,00 €)
b) sviluppando i prodotti e i servizi delle TIC, il commercio elettronico e la domanda di TIC; (7.500.000,00 €)
c) Rafforzando le applicazioni delle TIC per l’e-government, l’elearning, l’e-inclusione, l’e-culture e l’e-health; (31.486.368,00 €)

Asse 3 - Competitività dei sistemi produttivi (160.968.192,00 €)
- potenziare la propensione agli investimenti, anche accompagnando le imprese verso processi di riorganizzazione e ristrutturazione;
- sostenere la competitività dei sistemi produttivi territoriali, sulla scorta della nuova interpretazione dei distretti e delle reti/aggregazioni di impresa;
- ampliare i collegamenti con i mercati internazionali, fornendo gli strumenti per accedere ai nuovi mercati esteri;
- supportare la nascita e consolidamento di nuove imprese, avviando anche processi di re startup e di potenziamento dei settori tradizionali con strumenti digitali;
- migliorare l’accesso al credito e il finanziamento delle imprese, in logica anticiclica con strumenti finanziari, sia più innovativi quali il capitale di rischio (private equity, venture capital, ecc), sia più consolidati (es. fondi di rotazione, garanzie e Confidi).

OT 3 – “Accrescere la competitività delle PMI”
Azioni:
 a) promuovendo l’imprenditorialità in particolare facilitando lo sfruttamento economico di nuove idee e promuovendo la creazione di nuove aziende, anche attraverso incubatori di imprese; (25.748.864,00 €)
b) sviluppando e realizzando nuovi modelli di attività per le PMI, in particolare per l’internazionalizzazione; (104.739.776,00 €) 
c) sostenendo la creazione e l’ampliamento di capacità avanzate per lo sviluppo di prodotti e servizi; (20.000.000,00 €)
d) sostenendo la capacità delle PMI di crescere sui mercati regionali, nazionali e internazionali e di prendere parte ai processi di innovazione; (10.479.552,00 €)


Asse 4 - Energia sostenibile e qualità della vita (94.856.256,00 €)
- Miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici pubblici per un risparmio di fonti primarie di energia, riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e sostegno ad interventi che promuovano l'efficientamento energetico tramite teleriscaldamento e teleraffrescamento dando priorità a impianti da fonte rinnovabile (smartbuilding).
- Risparmio energetico nell'illuminazione pubblica tramite sistemi di regolazione automatici (sensori) e di riduzione dell'inquinamento luminoso nel territorio regionale, nell'ottica di un miglioramento dell'efficienza energetica negli usi finali e la promozione dell'energia intelligente.
- Riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di gas climalteranti nelle strutture e nei cicli produttivi delle imprese, anche attraverso I'introduzione di innovazioni di processo e di prodotto, agevolando la sperimentazione e diffusione di fonti energetiche rinnovabili per I'autoconsumo al fine di massimizzare le ricadute economiche a livello territoriale.
- Orientamento all’autoconsumo, ovvero commisurando la dimensione degli impianti ai fabbisogni energetici e incentivando l'immissione in rete nelle aree dove saranno installati sistemi di distribuzione intelligente dell’energia (smartgrids), perseguendone la diffusione nelle aree urbane, periurbane nonché all’interno delle aree interne.
- Sistemi infrastrutturali e tecnologici di gestione del traffico e per l’integrazione tariffaria attraverso la realizzazione di sistemi di pagamento interoperabili (es. bigliettazione elettronica, infomobilità, strumenti antielusione).

OT4 – “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”:
Azioni
b) promuovendo l'efficienza energetica e l'uso dell'energia rinnovabile nelle imprese: (24.856.256,00 €)
c) sostenendo l’efficienza energetica, la gestione intelligente dell’energia e l’uso dell’energia rinnovabile nelle infrastrutture pubbliche, compresi gli edifici pubblici, e nel settore dell’edilizia abitativa.  (45.000.000,00 €)
d) Sviluppando e realizzando sistemi di distribuzione intelligenti operanti a bassa e media tensione;  (10.000.000,00 €)
g) promuovendo l’uso della cogenerazione di calore ed energia ad alto rendimento sulla base della domanda di calore utile.  (15.000.000,00 €)


Asse 5 - Rischio sismico e idraulico (45.990.912,00)
- mitigazione e di riduzione del rischio idrogeologico al fine di fronteggiare gli eventi alluvionali con la realizzazione di interventi strutturali nella rete idraulica principale, contribuendo ad aumentare la resilienza del territorio in funzione della prevenzione del rischio e alla protezione della popolazione esposta a rischio;
-  la messa in sicurezza sismica degli edifici strategici e rilevanti ubicati nelle aree maggiormente a rischio.

OT5 – “Promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi”;
Azioni:
b) promuovendo investimenti destinati a far fronte a rischi specifici garantendo la resilienza alle catastrofi sviluppando sistemi di gestione delle catastrofi. (45.990.912,00 €)


Asse 6 - Sviluppo Urbano Sostenibile (86.232.960,00 €)
- come fattore molto rilevante di qualità dell’ambiente urbano, viene identificato come prioritario il passaggio ad un sistema di mobilità (trasporto pubblico locale) ad alta sostenibilità per quanto riguarda emissioni ed uso dell’energia. Questo si associa ad un’azione finalizzata ad accrescere l’utilizzo del sistema pubblico della mobilità;
- il problema della qualità abitativa delle fasce escluse e marginali è ancora molto sentito nelle aree urbane del Veneto, sia come fattore di esclusione sociale che in termini di sostenibilità ambientale ed energetica. La risoluzione di questo problema costituisce un elemento importante di riequilibrio e coesione territoriale, oltre che di rigenerazione urbana, nella componente che riguarda in particolare l’inclusione sociale;
- la crisi produttiva, indotta anche dai deficit di innovazione e di capacità di agire in rete, del sistema delle piccole imprese commerciali nei centri delle maggiori città del Veneto (e in particolare nei centri storici) costituiscono un elemento di impoverimento non solo dei livelli di attività economica dei centri urbani ma della qualità della vita dei cittadini, della capacità di mantenimento della popolazione e nella capacità di attrazione di turisti e visitatori.
- Vi è la necessità di porre rimedio alla modesta capacità degli Enti locali di offrire servizi ad elevata interattività, nonché l’esigenza di elevare il livello di interoperabilità e di cooperazione applicativa tra gli enti pubblici, attualmente insoddisfacente.

OT2 – “Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché l’impiego e la qualità delle medesime”;
Azioni:
c) rafforzando le applicazioni delle TIC per l'e-government, l'e-learning, l'e-inclusion, l'e-culture e l'e-health. (11.497.728,00 €) 

OT 3 – “Competitività  dei sistemi produttivi”
b) sviluppando e realizzando nuovi modelli di attività per le PMI in particolare per l’internazionalizzazione.  (11.497.728,00 €)

OT 4 – “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”
e) Promuovendo strategie per basse emissioni di carbonio per tutti i tipi di territorio, in particolare le aree urbane, inclusa la promozione della mobilità urbana multimodale sostenibile e di pertinenti misure di adattamento e mitigazione.  (28.744.320,00 €)

OT 9 – “Promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni discriminazione”
b) sostenendo la rigenerazione fisica, economica e sociale delle comunità sfavorite nelle aree urbane e rurali.  (34.493.184,00 €)


Asse 7 - Capacità amministrativa e istituzionale ( 14.372.160,00 €)
“La Regione del Veneto intende ottenere il miglioramento della governance multilivello e delle capacità degli organismi coinvolti nella attuazione e gestione dei programmi operativi, in linea con le indicazioni dell’Accordo di Partenariato, del Position Paper sull’Italia, del PNR e delle Raccomandazioni Specifiche del Consiglio Europeo all’Italia che sottolineano l’importanza della capacità istituzionale e amministrativa, in particolare mediante il Piano di Rafforzamento Amministrativo (accompagnato dal reclutamento dedicato di personale a tempo indeterminato), in un’ottica complessiva di rafforzamento strutturale delle capacità di programmazione e gestione dei fondi SIE.”


OT 11 – “Rafforzare la capacità istituzionale delle Autorità pubbliche e delle parti interessate e un’amministrazione pubblica efficiente”:
Azioni:
a) Rafforzare la capacità istituzionale delle autorità pubbliche e delle parti interessate e un'amministrazione pubblica efficiente mediante azioni volte a rafforzare la capacità istituzionale e l'efficienza delle amministrazioni pubbliche e dei servizi pubblici relativi all'attuazione del FESR, affiancando le azioni svolte nell'ambito del FSE per rafforzare la capacità istituzionale e l'efficienza della pubblica amministrazione. (14.372.160,00 €)

lunedì 20 luglio 2015

Perché fare un progetto europeo?





Salve a tutti quelli che mi leggono.
Dopo un po’ di tempo dedicato alla stesura di progetti su alcune call, eccomi di ritorno a scrivere un pezzo sul mio blog.
Mi aiuta partire dalla domanda che spesso mi viene posta: perché fare un progetto europeo?

Ritengo che la risposta possa essere divisa in due parti: la prima per provare a intendersi sulla parola “progetto”. La seconda sull’aspetto Europeo.
La parola che deriva dal latino, ha questa etimologia: pro avanti jacere gettare, ossia “ciò che viene gettato davanti
Nella vita, più o meno, tutto può essere definito come un “progetto”. Di solito comincia da un pensiero, un’idea, scatenata da un problema, da un bisogno o da un desiderio. A cui questo progetto dovrebbe portare una soluzione e un appagamento.  
A volte, invece, e sono le più rare inizia, con una intuizione (frutto di creatività o di un  processo di astrazione), su una qualche “cosa” che non esiste, ma che, se ci fosse, porterebbe un cambiamento, e magari per tanti, non solo per l’ideatore.
Nella vita comune il termine “progetto” viene applicato alle più svariate categorie e ad ambiti molto differenti: dal progetto di vita, con variabili note e ignote, al progetto di “avere” una casa, prima ancora di “fare” una casa. A progetti calati sui bisogni (primari, cibo, acqua, casa o edificio ecc…) sia singoli che di società.
A questo punto la Vostra immaginazione può spaziare in lungo e in largo.
Quindi cosa significa fare un “progetto”?
Significa fare uno “studio” preparatorio di un’impresa, di un’opera, di un servizio o di qualsiasi altra prodotto che abbia bisogno di una preparazione, di condizioni e di risorse per essere attuata.
Tralasciamo, per un attimo, ora, i progetti della “persona” intesa come singolo individuo riferiti alla sua vita e alla sua evoluzione.
In tutti i casi in cui, attraverso un progetto si punta alla realizzazione di un’opera o di un servizio, una delle voci ineludibili sono le risorse. Dentro a questo capitolo ci sono (uso termini nel loro senso generale) macchine, know-how,  strumenti, lavoro di persone.
Quando un ideatore ha la possibilità di trovare tutto ciò nel suo “magazzino”, compresi i soldi per pagare le persone, redige un progetto, pianificando obiettivi, azioni, tempi, risultati e prodotti (se è bravo anche verifiche dell’esecuzione). Dopo le opportune verifiche del progetto, investe le sue risorse e lo esegue. 
Se invece il “magazzino” è sprovvisto delle risorse, risulta necessario trovare le risorse che mancano. Per trovare queste, nel nostro sistema economico, sono necessari i soldi.

A questo punto o uno ne ha o li chiede. Generalmente, la stragrande maggioranza, si avvale di risorse private erogate, con interessi, da enti di credito (banche, fondazioni, assicurazioni).
Questo porta una aggiunta al lavoro del progettista, perché i soldi prestati vanno restituiti. Quindi la pianificazione delle attività post realizzazione del progetto va accuratamente ragionata per prevedere dei tempi di rientro.
Molte volte, però succede anche il caso opposto.
Ci sono entità che elaborano strategie, programmi, piani di sviluppo e obiettivi generali da raggiungere. Queste entità hanno le risorse economiche. Ma a queste entità di norma, mancano le altre risorse: realizzatori concreti dotati di strumenti, mezzi, know – how e lavoro di persone.
Nel privato, sappiamo bene quali siano i meccanismi.
Quando le risorse sono pubbliche, le risorse economiche non sono, spesso, “prestate” ma sono “erogate”a fronte di servizi o prodotti realizzati, ed è il caso dei bandi d’appalto, call for tender in inglese, o a fronte di progetti che portino risultati (beni o servizi fra i quali metodi, pratiche, modi e approcci) che permettano all’ente pubblico di raggiungere il PROPRIO obiettivo pianificato (e queste sono note come call for proposal).
Quindi, con denominatore comune un’ottica WIN WIN (ossia tutti raggiungono i propri obiettivi desiderati: “vincono tutti”), il “mio” progetto, sia io un ente pubblico o privato, deve entrare nella “rotaia” definita dall’ente pubblico erogante (con stessa direzione e verso) anche se può avere una forma sconosciuta all’ente erogante. Rotaia definita dal mainstream politico.
Cosa voglio dire? Che il progetto, pur essendo mio, diverso da tutti gli altri, e che raggiunge anche obiettivi miei, contribuisce, molte volte in una maniera sconosciuta a chi eroga, al raggiungimento degli obiettivi dell’ente erogante.

In questo inserisco qui il fattore tempo. Per necessità di controllo e concretezza ogni progetto ha un tempo di vita: specialmente in quelli finanziati da risorse pubbliche esiste un inizio (giorno/anno), una durata (mesi/anni) e una fine (giorno/anno). Sono i prodotti del progetto e/o gli effetti e le condizioni e/o l’utilizzo dei servizi e/o i benefici che devono durare dopo la fine del progetto.

Questo, ovviamente, è il caso dei famosi progetti europei. Dove le risorse (fondi europei), per motivi che non vi esplicito ora sono notevoli e a disposizione di chi si vuole cimentare in queste gare.

In ogni caso, sia l’ente erogante pubblico o privato, lo stesso determina delle regole e/o dei metodi per eseguire i progetti che hanno una duplice funzione: agevolare nella stesura il proponente e agevolare nella valutazione l’ente erogante.  Non solo in termini di contenuti ma anche in termini di strutturazione della proposta progettuale.
Capita anche che strumenti di progettazione esecutiva prodotti da altri enti, siano presi, modificati in maniera per renderli più adatti al contesto progettuale dell’ente erogante e utilizzati (ad esempio il WBS).
Nonostante oggi si stia arrivando alla prassi di presentare progetti in format online, questo non deve indurre a pensare che il lavoro di progettazione precedente (con strumenti adeguati all’idea progetto) sia inutile. Anzi. Diventa fondamentale per creare una struttura e non trovarsi a improvvisare scelte o decisioni durante una compilazione online.

Molti sono i metodi di progettazione pensati e poi applicati. Ne elenco qualcuno per conoscenza fra i più famosi: RAF (Ricerca Formazione Azione, FR, 1960); WBS (Work Breakdown Structure, USA, 1960; ZOPP (ZielOrientierte Projektolanung, D, 1970); MARP (Metodo Accelerato di Ricerca Partecipativa, GB, 1980); SWOT (Strength, Weaknesses, Opportunities, Threats, oggi strumento, inizialmente usato come base per progetti, UE, 1980) PCM (Project Cycle Management che contiene anche il Logical Framework  ed il Problem Tree, UE by EuropeAid, 1992. 

Eccoci quindi al contesto Europeo. Perché, se faccio un progetto, lo inserisco nel contesto Europeo? 

Nella concezione tipica e più spicciola, il proponente medio lo fa per ottenere i fondi pubblici.
Che tradotto significa risorse economiche non in prestito e quindi non da restituire. Anche se oggi, per la maggior parte in cofinanziamento (ossia in % sui costi ammissibili).
E, troppo spesso, lo fa ignorando politiche, finalità, contesti, che potrebbe essere anche ammissibile, ma anche ignorando quale strumento sia il più adatto alla SUA idea di progetto (ossia se fondi europei, fondi regionali, finanziamenti, linee ministeriali e/o governative).

Ricevo, anche oggi, richieste del tipo “devo cambiare la macchina per fare gli stampi e metterne una più moderna, e vorrei sapere se ci sono dei fondi europei a cui attingere”. Nonostante probabilmente questa “macchina moderna” è sul mercato perché il committente l’ha vista a una fiera, e quindi NON è una sua innovativa idea ma una necessità di produzione, di certo non è direttamente all’Europa che può andare a chiedere.  Potrà, forse, richiedere un finanziamento per l’ammortamento del costo della macchina per qualche anno in qualche linea governativa (Legge Sabatini ad esempio) o altre.
In linea di massima le attività che durante l’esecuzione del progetto o alla loro realizzazione o strettamente commerciali NON sono finanziate, o  nel caso siano inserite nei progetti, abbassano la quota di cofinanziamento europeo.   

La risposta al perché faccio un progetto europeo non può e non deve essere mai solo “soldi”.
Il contesto Europeo è altro. E’ imparare metodi e modalità. E’ lavorare in network, con culture e approcci differenti. Ampliare i nostri limitati, e a volte limitanti, contesti locali per ottenere conoscenza e capacità superiori. Sperimentare modi, metodi e risultati che portino davvero a cambiamenti. Ideare finalità di prodotti, che non siano solo dedicato al beneficio di pochi o del singolo, ma ad un bene superiore rispetto a quello del singolo individuo. E che quindi che risponda all’utilità di tutti (o di fasce estese della popolazione europea).

Competizione alta, grande capacità e propensione alla collaborazione, contesto innovativo e stimolante e opportunità che crescono al crescere della professionalità dei partecipanti. Questo è il contesto europeo in cui sono inserite le call.

Insieme a tutto questo è anche risorse economiche. E anche tante.
Ma quelli che hanno ottenuto i finanziamenti, con cui ho avuto il piacere di parlare, non mi hanno fatto rilevare l’aspetto economico dei loro progetti, quanto avevano preso come contributo, piuttosto quella che era la loro evoluzione e crescita in termini, prima di tutto, di attività e metodi lavorativi, idee, network e progettualità.
Molte volte a realizzare uno sviluppo reale che porta un aumento attraverso la capacità di fare meglio con meno o con le stesse risorse.
Quindi, non fate una richiesta pensando solo ai soldi. Non è utile per avere fondi dall’UE.

giovedì 30 aprile 2015

Finanziamenti UE e bioedilizia


Stimolato da una coppia di amici, Marta e Vanni, che ringrazio, provo a dare una risposta a questa domanda: quali sono i finanziamenti europei per gli interventi di bioedilizia in Veneto?

Nella risposta vanno inseriti, ovviamente, tutti gli interventi relativi a un approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili e quelli relativi all’efficientamento energetico.
E’ in queste linee, infatti, che si trovano più disponibilità di fondi.

Elencherò velocemente le opportunità con una breve descrizione della linea di finanziamento (le documentazioni estese, volendo, si trovano sui siti web dedicati).

Programma europeo Elena: finanziamenti per l’efficienza energetica

Dal 2010 le pubbliche amministrazioni dei Paesi membri della UE possono partecipare al programma di finanziamento ELENA “European Local Energy Assistance” (assistenza energetica europea a livello locale) varato dalla Commissione europea e dalla BEI con l’obiettivo di sostenere progetti di efficienza energetica, energia rinnovabile e mobilità urbana sostenibile.

ELENA è uno strumento che fornisce sovvenzioni per l’assistenza tecnica. Tra le tante misure che possono ricevere tale sostegno finanziario rientrano: studi di fattibilità e di mercato; strutturazione di programmi d’investimento; piani aziendali; audit energetici; preparazione di procedure d’appalto e accordi contrattuali, e assegnazione della gestione dei programmi d’investimento a personale di nuova assunzione. Lo scopo è di riunire progetti locali sparsi in investimenti sistematici e renderli bancabili.
Le azioni riportate nei piani d’azione e nei programmi d’investimento dei comuni devono essere finanziate con altri mezzi, come prestiti, ESCo o Fondi strutturali.

Possono usufruire dell’assistenza tecnica, supportata dal fondo ELENA, le autorità locali o regionali, altri enti pubblici o raggruppamenti di enti che si trovano nei paesi che partecipano al programma EIE (Intelligent Energy Europe): i 28 Stati membri della UE, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. ELENA supporta l’iniziativa europea del Patto dei Sindaci, ma il sostegno finanziario non è ristretto esclusivamente a chi ne fa parte.
In altre parole, ELENA mira alla mobilitazione di investimenti privati nel settore pubblico, secondo i criteri del diritto anglosassone del “Third Party Financing” e del “Shared Saving Contract” che non incidono nel “Patto di Stabilità” interno, così da superare le attuali difficoltà di indebitamento da parte degli Enti Locali. Ad esempio, l’attività delle ESCo può agevolmente venire inquadrata, in ragione dell’assunzione del rischio imprenditoriale, ovvero come concessione e non come appalto.


Horizon 2020
E’ l’ottavo programma quadro per la Ricerca e l’Innovazione. E sostituisce, inglobandone gli obiettivi, il programma IEE (Intelligent Energy for Europe) attivo sino al 2013.
È un programma corposo, strutturato, con obiettivi ambiziosi a cui è complesso accedere.
La parola chiave è proprio innovazione. Di processo, di prodotto, molto più assoluta (cose nuove non fatte da altri) che relativa (ossia relativamente ad un contesto socioeconomico non molto sviluppato rispetto ad un altro). Paga poco l’implementazione delle strutture (30% e/o costi di ammortamento durante esecuzione progetto), molto la sperimentazione dei processi e gli impianti pilota investigativi di particolari tecnologie o soluzioni dal 70% al 100%. 
Fino a ieri accesso privilegiato a questi fondi era dedicato alle Università e ai centri di Ricerca. Oggi l’accesso è aperto molto di più anche agli altri, che aderiscano però alle finalità e agli obiettivi del programma.
La ricerca dei bandi è un po’ complessa, per chi non si sia approcciato mai a programmi di questo tipo. Tralasciando che il sito principale è in Inglese, il programma è diviso in tre pilastri principali: eccellenza scientifica, leadership industriale, sfide per la società, più altre sei linee di finanziamento.
Per uno sguardo d’insieme fate riferimento all’immagine seguente:



Ognuno dei tre pilastri, poi è diviso in capitoli tematici. Ognuno di questi da poi vita a call specifiche che vengono elencate in programmi biennali dal 2014 al 2020. Oggi, infatti sono disponibili le call del 2014 e del 2020.

Aspetti critici sono: elevata competizione, necessità di parternariato solido (con credentials experience ed expertise) e equilibrato geograficamente, il testo scritto, poi, deve essere comprensibile anche se scientificamente elevato e redatto in un inglese perfetto.
Le call sono complesse e riassumono in meno righe percorsi decisionali assai più corposi.
Le azioni fatte con H2020 ed i programmi a questo correlati, sono azioni ad alto livello, ambiziose, innovative, in un certo senso “evolutive” in rifermento alle soluzioni tecnologiche o di processo investigate in maniera partecipata con in un certo senso l’elite dell’innovazione in europa. Il TRL (Tecnology Readiness Level) ossia il livello di maturità tecnologica delle proposte presentate alle call deve essere da 6 a superiore (nelle relazioni sul livello di tecnologia innovativa, in media, l’Italia NON arriva a 6. Solo alcuni centri e istituti riescono).

Gli aspetti positivi sono la spinta e l’accelerazione che programmi di questo tipo danno ad idee innovative. Si entra nell’olimpo della ricerca e ci si confronta, in termini di collaborazione e miglioramento, con il più altro livello europeo di attività. Che tradotto, significa anche alto livello mondiale. Il beneficio di una call H2020 non è solo economica, quindi, di tutte quelle positività che scaturiscono nel realizzare progetti ad alto valore in un contesto europeo e globale. Non ultimo l’aspetto finanziario. I progetti H2020 non hanno limiti economici. Ma la richiesta economica deve essere commisurata alla sfida affrontata e alla soluzione proposta.
Progetti di 4/5 milioni di euro sono abbastanza normali. E le attività di prototipazione, ricerca analisi, ricaduta, comunicazione, disseminazione ed eventuale trasferimento sono finanziate al 100%. 

Per darvi un esempio delle call disponibili in questo momento (con scadenza 4 giugno 2015)
(sito http://ec.europa.eu/research/participants/portal/desktop/en/home.html da questo cliccate nel menu in alto Funding opportunity e nella pagina che vi si apre sulla sinistra cliccate sotto alla voce H2020 il tasto “call”: vi si apre una pagina con un corposo numero di caselle di diverso colore, ognuna di queste è una piccola “famiglia” di call tematizzate).

Un gruppo di questi, utile per le energie rinnovabili segue questo percorso:
H2020 à Societal Challenges à Energy Efficiency à codice H2020 – EE – 2015 – 2 – RIA.

Aprendo questa casellina, troviamo tre call relative a tre “topic”:
Topic:            EE-06-2015: Demand response in blocks of buildings
Topic:            EE-11-2015: New ICT-based solutions for energy efficiency
Topic:            EE-13-2015: Technology for district heating and cooling

Aprendo uno di questi tre link (li trovate come link sulla pagina di H2020) si apre la call specifica, di cui vi metto un estratto, (opportunamente tradotto):
Demand – Response in blocks of Buildings
Specific Challenge: un sistema “demand – response” consente agli utenti finali di partecipare attivamente nei mercati dell'energia e risparmiare da condizioni di prezzo ottimali, rendendo la griglia (caldo, freddo, energia elettrica) più efficiente e contribuiendo all'integrazione delle fonti energetiche rinnovabili. La direttiva sull'efficienza energetica adottata nel 2012 contiene disposizioni che incoraggino gli operatori del mercato per facilitare le tecnologie “demand – response”. A livello degli edifici, il crescente impiego di tecnologie per la gestione dell'energia, sia per i carichi termici che elettrici, agirà come fattore abilitante per lo sviluppo di sistema “demand – response”  sia negli edifici residenziali e non residenziali (ad esempio uffici).
Tali sistemi possono essere integrati con tecnologie termiche/elettriche di immagazzinamento energetico sia con micro impianti di calore ed elettricità combinati (CHP). […]

Scope: per ogni blocco di edifici, ci si dovrebbe concentrare sull'ottimizzazione in tempo reale della domanda di energia, sull’immagazzinamento e e sulla distribuzione (compresa l’aspetto dell’autoproduzione se presente), utilizzando sistemi di gestione dell'energia intelligenti, con l'obiettivo di ridurre la differenza tra la domanda di potenza di picco e la domanda di tempo minimo di notte, riducendo così i costi e le emissioni di gas serra. Devono essere dimostrate soluzioni interoperabili economicamente coonvenienti e tali da non compromettere il comfort degli occupanti per un blocco di edifici costituiti da almeno 3 diversi edifici in condizioni operative reali. Le soluzioni devono essere compatibili con le reti intelligenti, le norme internazionali e con l'infrastruttura della rete di distribuzione.

Come si fa a trovare il bando giusto o a vedere in quale linea ci possono essere ambiti che collimano con i vostri progetti? Si studia. Un consulente europrogettista che propone progetti su H2020 passa le giornate (ma anche mesi) a studiare questi bandi e i documenti antecedenti correlati.



Life 2014 – 2020
Lo strumento di finanziamento LIFE fornisce un sostegno specifico per lo sviluppo e l’attuazione della politica e delle normative dell’Unione in materia di ambiente e clima.
Gli strumenti principali previsti da LIFE sono sovvenzioni, contratti di appalti pubblici e contributi agli strumenti finanziari.
Le sovvenzioni per azioni, che forniscono un contributo finanziario diretto sottoforma di donazione, proverranno dal bilancio dell’Unione e costituiranno lo strumento finanziario più importante nell’ambito di LIFE.
Durante il primo programma di lavoro pluriennale (2014-2017), le sovvenzioni rappresenteranno in linea di massima il 60 % dei contributi finanziari erogati a favore dei progetti.
Il programma LIFE si compone di due sottoprogrammi, Ambiente e Azione per il clima.
Le principali aree di finanziamento nell’ambito del sottoprogramma Ambiente sono: ambiente ed efficienza delle risorse, natura e biodiversità, governance ambientale e informazione.
Le aree di finanziamento chiave nell’ambito del sottoprogramma Azione per il clima sono: mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento, governance climatica e informazione.

Tra gli obiettivi del programma LIFE, vi è quello di contribuire al passaggio verso un’economia efficiente nell’impiego delle risorse, a basso tenore di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici.
Ad esempio, nell’ambito del settore prioritario riguardante l’ambiente e l’efficienza delle risorse, il programma LIFE sostiene i progetti volti a sviluppare, testare e dimostrare gli approcci relativi alle politiche e alla gestione, nonché le buone pratiche e le soluzioni, compresi lo sviluppo e la sperimentazione di tecnologie innovative per fronteggiare le sfide ambientali che possono essere riprodotte, trasferite e divulgate.
LIFE è un programma integrativo per le attività di ricerca finanziate attraverso Orizzonte 2020.
Quindi sono ammessi progetti sul ciclo di vita delle produzioni e dei settori, anche edile, su utilizzo di materiali innovativi, nonché su tutti gli aspetti delle energie rinnovabili, con finalità dimostrative di buone pratiche.



Fondi strutturali, programmi transfrontalieri a gestione partecipata.

I programmi che, in tutto o in parte, investono il territorio del Veneto sono elencati nel mio secondo post del 22 Marzo del 2015, con i siti di riferimento. In alcuni di questi viene fatto un esplicito riferimento a interventi su energie rinnovabili e efficientamento energetico

Central Europe (Europa Centrale)
Asse prioritario 2: sviluppare e implementare soluzioni per incrementare l’efficienza energetica e l’uso delle energie rinnovabili nelle strutture pubbliche.
La call prevede anche la partecipazione di PMI e altri e finanzia sino all’85% dei costi ammissibili.

MED (Mediterraneo)
Obiettivo specifico 2.1: accrescere la capacità di gestione energetica degli edifici pubblici a scala transnazionale.
Anche qui è aperta la partecipazione delle PMI. Anche qui il cofinanziamento è del 85% sui costi ammissibili.

ADRION (Adriatico – Ionio)
Interreg Europe nel terzo e nel quarto tema d’azione cita, testualmente (dal Programme Manual disponibile in rete):
Ob 4. Ambiente ed efficienza nell’uso delle risorse
“Sostenere la transizione industriale verso un uso efficiente delle risorse, la promozione
crescita verde, eco-innovazione e gestione delle prestazioni ambientali nei settori pubblico e privato.”
Ricordo che a questo programma possono accedere le PA, le organizzazioni parapubbliche o partecipate e i privati NO – Profit.


I fondi Strutturali di gestione indiretta: il POR FESR Veneto. 

Secondo previsioni e intenzioni UE l’utilizzo dei fondi comunitari 2014-2020 potrà essere destinato ad interventi per la coesione economica, sociale e territoriale in tutte le aree del Paese.

Tra le undici aree tematiche individuate dall’Unione Europea appare di particolare valenza ai fini energetici quella denominata “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”, i cui obiettivi sono stati definiti a livello comunitario e inglobati nella strategia per rilanciare l’economia dell’Unione conosciuta come “Europa 2020”, quale strategia intermedia rispetto ad un orizzonte di più lungo periodo.
Questi obiettivi passano essenzialmente attraverso le politiche energetiche.
Al contempo, per massimizzare le ricadute economiche a livello territoriale, la politica potrà contribuire all’introduzione di innovazioni di processo e di prodotto improntate al risparmio energetico nelle imprese, anche agevolando la sperimentazione e laddove possibile la diffusione di fonti energetiche rinnovabili alternative a quelle a oggi maggiormente diffuse ed al potenziamento delle filiere produttive sia nella bioedilizia sia nella componentistica.

Nelle aree urbane potranno essere sostenuti i sistemi di distribuzione intelligente dell’energia (smart grids) e interventi integrati di risparmio, produzione da fonti rinnovabili, efficienza delle reti e trasporto sostenibile che rispondano ad un’unica strategia di sviluppo dei servizi per una migliore qualità della vita.

Quest’area avrà inoltre delle sinergie con l’area tematica “Promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi” che tenderà a favorire, tra l’altro, la diminuzione delle emissioni di gas ad effetto serra e l’aumento del sequestro di carbonio.

Riferimento esplicito è alla politica di Coesione e ai POR FESR Regionali.

“Secondo la nuova programmazione sui fondi strutturali, in particolare sul FESR, dedicati ai Piani Operativi Regionali (POR)per l’Unione Europea sarà possibile destinare fino al 4% del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR, appunto) per cofinanziare, in ogni Stato membro e in ogni regione UE, gli investimenti per l’efficienza energetica nell’edilizia, quali la posa di doppi vetri, pannelli solari e fotovoltaici, sostituzione di vecchie caldaie. Questi andranno a far parte integrante dei fondi normati dai POR Regionali, nella massima parte.
 Si tratta di quanto disposto dal regolamento previsto dal Parlamento che, data la crisi economica, vuole promuovere la creazione di posti di lavoro e il conseguimento degli obiettivi sui cambiamenti climatici. Il Parlamento Europeo ha adottato la modifica del regolamento inerenti il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) che procede con l’intento di consentire e facilitare gli investimenti a favore dell’efficienza energetica delle rinnovabili nel campo dell’edilizia abitativa in ogni Stato membro.”Fonte UE.

Nel POR FESR Veneto non viene citata la parola “Bioedilizia” e gli obiettivi 202020, vengono, nel testo, disattesi. Questo non toglie che gli obiettivi citati nel testo possano essere, forse, quelli più onestamente raggiungibili. In ogni caso, come si evincerà dal testo, il ritardo è palese.

Ecco alcune puntualizzazioni. Faccio riferimento al testo del POR FESR Veneto 2014 - 2020 disponibile in rete che presenta, sia come obiettivi Nazionali che come obiettivi Veneti, dei punti di attenzione:

1- un ritardo dell’approvazione (oggi è approvato) che segnalo con esclusiva “attenzione” tecnica: mi riferisco a una “capacità amministrativa” che ogni apparato burocratico, in correlazione al tessuto socioeconomico a cui si riferisce, possiede e che ne definisce e limita la capacità di spesa annua. Difficilmente si riusciranno a recuperare le risorse “non spese” nel lasso di tempo in cui non abbiamo avuto il POR FESR approvato. Altre regioni europee (un esempio per tutti, le regioni della Spagna) hanno cominciato a spendere i soldi del loro POR FESR nel gennaio 2014.
In questo senso l’impegno della società civile dovrà essere forte (come progetti presentati e esecuzioni di lavori fatti ad hoc) per stimolare il recupero, attraverso gli organi preposti, della spesa delle risorse previste e al Veneto allocate.

2- Seppur non sia citata nel POR la parola Bioedilizia,  sono citati obiettivi sull’uso delle rinnovabili, relativi alla politica 20 20 20 dell’Unione Europea, anche se con obiettivi ridotti rispetto alle decisioni approvate in sede UE:
20 – 1 – (ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990  e del 21% rispetto al 2005) con un obiettivo italiano del -13% rispetto al 2005 e uno Veneto coerente con il Nazionale. Se tutto va bene (e siamo in ritardo di un anno e mezzo) nel 2020 saremo 8 punti percentuali sotto le richieste UE di Europa 202020.
20 – 2 – (raggiungere entro il 2020 il 20% dell’approvvigionamento energetico da Energie Rinnovabili), con un obiettivo italiano relativamente più basso (17 %) ed uno Veneto decisamente più basso (10,3 %)
20 – 3 – siamo allineati con altri stati nel non dichiarare gli obiettivi (N.D.)

Mi sento su questo tema di suggerire un accorgimento. Anche se la direttiva UE parla di 20 20 20, nonostante gli obiettivi della Italiani e della Regione del Veneto non siano in linea, nella realtà delle cose, nei progetti UE ad oggi presentati e in parte eseguiti questi obiettivi sono di gran lunga superati (in alcuni casi raddoppiati) e questo anche in progetti che vedono come capofila entità e comuni del Veneto.

Quindi, credo che si potrebbe usufruire dei fondi POR in maniera da ottenere finanziamenti per progetti che non si limitino nei loro contenuti agli obiettivi regionali, ma che tendano addirittura a superare quelli europei, al fine di eliminare un gap che, poi, si tradurrebbe in costi correlati per il tessuto produttivo e sociale locale superiori rispetto a paritetiche situazioni in altri paesi Ue.

Quindi, a mio avviso, avanti tutta ma, suggerisco, con progetti ambiziosi e con una visione che vada oltre il locale. Una “glocal” vision.