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martedì 1 settembre 2015

Approvazione del POR FESR VENETO: il riassunto negli obiettivi prioritari e nelle allocazioni economiche.



Con comunicazione di un qualche giorni fa (18 Agosto 2015, per la precisione), la Comunità Europea ha approvato il POR FESR del Veneto.
Come sapete si tratta di fondi FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) che ogni regione realizza mixando le priorità definite dalla Commissione Europea per la programmazione in corso e gli adeguamenti nazionali, con specifiche richieste locali (Regionali, appunto) derivanti dal contesto e dalla situazione socio – economica locale (in questo caso della Regione Veneto).
Con questa approvazione si conclude l’iter programmatorio per il periodo 2014 – 2020. Ora bisognerà attendere che la macchina burocratica Regionale faccia i passi necessari per arrivare ai Bandi Regionali.
Sono quindi stati sbloccati 600 milioni di euro (Per l’intero periodo 2014 – 2020) per investimenti strutturali nella Regione del Veneto, di questo 300 milioni sono finanziati dall’Unione Europea.

Come dicevo questo documento definisce programmazione e obiettivi della politica Veneta in questo periodo di programmazione. E i soldi, sono a noi (Veneto) destinati. Si potrebbe dire basta spenderli. Ma ricordiamoci che nonostante alcune buone performances, siamo MAI riusciti a spendere integralmente le dotazioni ottenute e al Veneto destinate.
Non essendoci, ad oggi, 1 Settembre 2015 nessun bando esecutivo relativo a questi fondi, vi elenco in maniera sintetica a quali obiettivi fanno riferimento.

Comparazione degli obiettivi generali europei con le % di raggiungimento di quelli nazionali e della programmazione della Regione Veneto. 

Crescita intelligente: per sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, l’UE mira altresì a raggiungere un 40% di laureati o con titolo equivalente tra i giovani dai 30 ai 34 anni. L’Italia non raggiunge la media europea e mira a un target del 26-27% nel 2020, mentre il Veneto si ferma ad un 21,4% (2012) - sotto alla media nazionale pari al 21,7% (2012) - tuttavia in crescita rispetto al 16,1% del 2005.

Crescita sostenibile: per quanto riguarda l’obiettivo europeo di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, il Veneto contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo nazionale che mira a ridurre le emissioni di gas serra del 13% rispetto al 2005. Per la sostenibilità della crescita vengono inoltre proposti gli obiettivi dell’aumento del 20% dell'efficienza energetica e del raggiungimento del 20% del fabbisogno di energia ricavato da fonti rinnovabili; il target (nazionale) per quest’ultimo obiettivo è fissato al 17% per l’Italia e al 10,3% per il Veneto.
       
Crescita inclusiva: La crescita inclusiva promuove un alto tasso di occupazione e il target europeo mira a un tasso di occupazione del 75% tra i 20 e i 64 anni. L’Italia mira a raggiungere nel 2020 il 67/69% di occupazione, percentuale su cui si attesta già ora il Veneto.

Capacità innovativa: il Veneto si colloca tra i “moderate innovators” secondo il Regional Innovation Scoreboard 2014 della CE: “sistema territoriale che opera in un regime inferiore alla media UE ma che dispone di punti di forza, quali l’innovazione non basata su R&S, e che in generale utilizza tecnologie e sistemi innovati già sviluppati da altri”.
Per un’analisi di contesto dei distretti si rimanda al documento RIS3 della Regione del Veneto.
La capacità innovativa del Veneto — data dal rapporto fra la spesa pubblica e privata per R&S ed il prodotto regionale — è al di sotto della media italiana (1,07%, 2012) e ancora molto lontana dagli obiettivi per l’Italia di UE 2020 (1,53%). Incide negativamente, in particolare, la bassa percentuale della spesa pubblica in R&S sul PIL (0,3%). Viceversa la Regione Veneto si caratterizza per peculiarità positive costituite dall’elevato peso della spesa per R&S privata rispetto alla spesa complessiva (67,2%, 2011) e dall’elevata accelerazione fatta registrare dall’indicatore negli ultimi 5 anni. La maggiore quota di investimenti in R&S è riconducibile al comparto manifatturiero (72% della spesa).

Situazione digitale: pur occupando uno dei primi posti in Italia, il Veneto non conferma la sua capacità se confrontata con l’Europa, a causa di un ritardo strutturale italiano.
A livello regionale, i dati sulla copertura del servizio di banda larga di base (almeno 2 Mbps) presentano una copertura della popolazione compresa tra il 95-100% (Rapporto Caio, 2014) mentre, all’inizio del 2014, la copertura del servizio a banda larga a 30 Mbps è pari indicativamente al 7,56% della popolazione del Veneto, in particolare residente nei principali Comuni della Regione (2013, MiSE).
Due famiglie venete su tre dispongono di una connessione internet, rispetto al 61% in Italia, con una crescita sostenuta negli ultimi anni superiore a quella nazionale. La quasi totalità delle imprese venete con più di 10 addetti operanti nei settori industria e servizi dispone di PC (99%) e conta sulla diffusione della banda larga (96,2%) (2014).
Per quanto riguarda la copertura della popolazione con banda ultra larga (almeno 100Mbps) il dato in Veneto è pari allo 0,05% (2013, MiSE): ovvero vi sono pochissime aree del territorio del Veneto coperte con questa velocità di connessione. L’assenza di copertura con banda ultra larga rappresenta un punto di debolezza, soprattutto per gli insediamenti produttivi.

Secondo il documento approvato la Regione ha ideato e proposto una strategia (S3) che viene descritta da queste parole che riporto integralmente:
Strategia di ricerca e innovazione per la specializzazione intelligente” (S3) in corso di avanzata elaborazione da parte della Regione Veneto. Si tratta dell’agenda per lo sviluppo socio-economico del territorio, integrata e place – based  finalizzata a valorizzare gli ambiti produttivi di eccellenza tenendo conto del posizionamento strategico territoriale e delle prospettive di sviluppo in un quadro economico globale, identificare i vantaggi competitivi e le specializzazioni tecnologiche più coerenti con il potenziale di innovazione regionale su cui concentrare le risorse, mettere a sistema oltre ai principali stakeholder (imprese, istituzioni della conoscenza, policy makers) anche le politiche di ricerca e innovazione al fine di accrescere il patrimonio di conoscenze e diffondere i vantaggi dell'innovazione nell'intera economia regionale, grazie ad un vero e proprio percorso di entrepreneurial discovery”
In questo contesto, sia la Commissione UE che la conferenza delle Regioni hanno identificato un insieme di “Driver” fondamentali per raggiungere gli obiettivi prefissati: il digitale e l’ICT sono un fattore di innovazione congiunto dei processi economici (sviluppo della capacità produttiva ICT-based, economia della conoscenza, start-up innovative…), dei processi sociali (cittadinanza digitale, innovazione sociale, crowdsourcing e crowdfunding), così come dei processi istituzionali e amministrativi (e-government e open government, framework di interoperabilità…).

A seguire il documento del POR FESR VENETO individua 4 aree di specializzazione e sette Assi prioritari. Sono aree di specializzazione:
a) Il settore dell’Agrifood (riferendosi ad esempio alla micro ricettività culinaria diffusa e alla produzione di vini di qualità)
b) Il settore della Creatività (riferendosi ad esempio al Distretto calzaturiero della Riviera del Brenta, all’area dello “sport system” di Asolo e Montebelluna, al Distretto bellunese dell’occhialeria, al Distretto orafo di Vicenza e al Distretto Vicentino della concia…)
c) Il settore della Smart Manifacturing include la componentistica meccanica e la meccanica
strumentale (meccatronica) che rappresentano due settori di una specializzazione più ampia,
con forti interdipendenze.
d) Il settore della Sustainable Linving riguarda sia le caratteristiche della struttura esterna delle abitazioni e più ingenerale delle costruzioni che le modalità di fruizione degli spazi interni. Ne fanno parte ilsettore delle costruzioni nelle sue varie articolazioni, i produttori di materiali e impianti, l’industria dell’arredamento con la sua tipica organizzazione distrettuale.

Elenchiamo quindi gli assi prioritari, gli Obiettivi Tematici (OT) prioritari identificati e l’allocazione finanziaria per ogni OT


Asse 1 – Ricerca, Sviluppo tecnologico e Innovazione (con riferimento all’OT 1)
Asse 2 – Agenda Digitale (con riferimento all’OT 2)
Asse 3 – Competitività dei Sistemi produttivi (con riferimento all’OT3)
Asse 4 – Energia sostenibile e Qualità della vita (con riferimento all’OT 4)
Asse 5 – Rischio sismico ed idraulico (con riferimento all’OT 5)
Asse 6 – Sviluppo Urbano Sostenibile (con riferimento agli OT 2, 3, 4 e 9).
Asse 7 – Capacità amministrativa e istituzionale (con riferimento all’OT 11)


Asse 1 - Ricerca, Sviluppo tecnologico e Innovazione (103.479.552,00 €)
- Rafforzare e qualificare le infrastrutture di ricerca pubbliche e private in termini dicreazione di nuovi laboratori, miglioramento degli impianti esistenti e della strumentazione scientifica delle strutture di ricerca (Atenei, imprese, strutture per l’innovazione e il trasferimento tecnologico), e realizzazione di centri di competenza per la fornitura di servizi trainanti in grado di favorire le ricadute della conoscenza sul sistema produttivo regionale.
- Promuovere gli investimenti delle imprese in ricerca e innovazione attraverso il sostegno
all’inserimento nel sistema produttivo di capitale umano altamente qualificato (ricercatori, personale tecnico altamente specializzato, …).
- Sostenere l’acquisto di servizi per l’innovazione tecnologica, strategica, organizzativa e commerciale da parte di micro, piccole e medie imprese.
- Promuovere lo svolgimento di attività di R&S da parte delle imprese anche in forma aggregata, anche mediante partnership Centri di ricerca – imprese.
- Supportare la creazione e il consolidamento di start-up innovative ad alta intensità di conoscenza e le iniziative di spin-off della ricerca in ambiti in linea con le strategie di specializzazione intelligente.

All’interno di questi obiettivi viene scelto come prioritario l’
OT 1 - "Rafforzare la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione” entro il quale vengono identificate due azioni prioritarie”:
a) Potenziare l’infrastruttura per la ricerca e l’innovazione e le capacità di sviluppare l’eccellenza delle R&I e promuovere centri di competenza, in particolare quelli di interesse europeo; (€ 30.000.000,00 €)
b) promuovere gli investimenti delle imprese nell'innovazione e nella ricerca e sviluppare collegamenti e sinergie tra imprese, centri di R&S e istituti di istruzione superiore, in particolare lo sviluppo di prodotti e servizi, il trasferimento di tecnologie, l'innovazione sociale, l'ecoinnovazione, le applicazioni nei servizi pubblici, la stimolazione della domanda, le reti, i cluster e l'innovazione aperta attraverso la specializzazione intelligente, nonché sostenere la ricerca tecnologica e applicata, le linee pilota, le azioni di validazione precoce dei prodotti, le capacità di fabbricazione avanzate e la prima produzione, soprattutto in tecnologie chiave abilitanti e la diffusione di tecnologie con finalità generali; (73.479.252,00 €)


Asse 2 - Agenda digitale (68.986.368,00 €)
- sostegno alla diffusione della banda ultra larga (velocità di connessione ad almeno 30 Mbps) in modo da soddisfare la domanda crescente da parte della popolazione e delle imprese di servizi di nuova generazione;
- razionalizzazione dei Data Center Pubblici sia in una ottica di riduzione della spesa pubblica nel campo delle TIC che in vista di un ammodernamento delle infrastrutture di servizio della pubblica amministrazione;
- promozione e qualificazione dell’offerta di servizi interattivi e di e - government da parte degli Enti Pubblici;
- sostegno alla interconnessione delle banche dati attraverso la promozione all’adesione al circuito CRESCI - Servizi di cooperazione e interoperabilità;
- sostegno al processo di alfabetizzazione e inclusione digitale di cittadini e imprese.

OT 2 – “Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nonché l’impiego e la qualità delle medesime.”
Le relative azioni prioritarie scelte sono:
a) estendendo la diffusione della banda larga e il lancio delle reti ad alta velocità e sostenendo l’adozione di reti e tecnologie emergenti in materia di economia digitale; (30.000.000,00 €)
b) sviluppando i prodotti e i servizi delle TIC, il commercio elettronico e la domanda di TIC; (7.500.000,00 €)
c) Rafforzando le applicazioni delle TIC per l’e-government, l’elearning, l’e-inclusione, l’e-culture e l’e-health; (31.486.368,00 €)

Asse 3 - Competitività dei sistemi produttivi (160.968.192,00 €)
- potenziare la propensione agli investimenti, anche accompagnando le imprese verso processi di riorganizzazione e ristrutturazione;
- sostenere la competitività dei sistemi produttivi territoriali, sulla scorta della nuova interpretazione dei distretti e delle reti/aggregazioni di impresa;
- ampliare i collegamenti con i mercati internazionali, fornendo gli strumenti per accedere ai nuovi mercati esteri;
- supportare la nascita e consolidamento di nuove imprese, avviando anche processi di re startup e di potenziamento dei settori tradizionali con strumenti digitali;
- migliorare l’accesso al credito e il finanziamento delle imprese, in logica anticiclica con strumenti finanziari, sia più innovativi quali il capitale di rischio (private equity, venture capital, ecc), sia più consolidati (es. fondi di rotazione, garanzie e Confidi).

OT 3 – “Accrescere la competitività delle PMI”
Azioni:
 a) promuovendo l’imprenditorialità in particolare facilitando lo sfruttamento economico di nuove idee e promuovendo la creazione di nuove aziende, anche attraverso incubatori di imprese; (25.748.864,00 €)
b) sviluppando e realizzando nuovi modelli di attività per le PMI, in particolare per l’internazionalizzazione; (104.739.776,00 €) 
c) sostenendo la creazione e l’ampliamento di capacità avanzate per lo sviluppo di prodotti e servizi; (20.000.000,00 €)
d) sostenendo la capacità delle PMI di crescere sui mercati regionali, nazionali e internazionali e di prendere parte ai processi di innovazione; (10.479.552,00 €)


Asse 4 - Energia sostenibile e qualità della vita (94.856.256,00 €)
- Miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici pubblici per un risparmio di fonti primarie di energia, riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e sostegno ad interventi che promuovano l'efficientamento energetico tramite teleriscaldamento e teleraffrescamento dando priorità a impianti da fonte rinnovabile (smartbuilding).
- Risparmio energetico nell'illuminazione pubblica tramite sistemi di regolazione automatici (sensori) e di riduzione dell'inquinamento luminoso nel territorio regionale, nell'ottica di un miglioramento dell'efficienza energetica negli usi finali e la promozione dell'energia intelligente.
- Riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di gas climalteranti nelle strutture e nei cicli produttivi delle imprese, anche attraverso I'introduzione di innovazioni di processo e di prodotto, agevolando la sperimentazione e diffusione di fonti energetiche rinnovabili per I'autoconsumo al fine di massimizzare le ricadute economiche a livello territoriale.
- Orientamento all’autoconsumo, ovvero commisurando la dimensione degli impianti ai fabbisogni energetici e incentivando l'immissione in rete nelle aree dove saranno installati sistemi di distribuzione intelligente dell’energia (smartgrids), perseguendone la diffusione nelle aree urbane, periurbane nonché all’interno delle aree interne.
- Sistemi infrastrutturali e tecnologici di gestione del traffico e per l’integrazione tariffaria attraverso la realizzazione di sistemi di pagamento interoperabili (es. bigliettazione elettronica, infomobilità, strumenti antielusione).

OT4 – “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”:
Azioni
b) promuovendo l'efficienza energetica e l'uso dell'energia rinnovabile nelle imprese: (24.856.256,00 €)
c) sostenendo l’efficienza energetica, la gestione intelligente dell’energia e l’uso dell’energia rinnovabile nelle infrastrutture pubbliche, compresi gli edifici pubblici, e nel settore dell’edilizia abitativa.  (45.000.000,00 €)
d) Sviluppando e realizzando sistemi di distribuzione intelligenti operanti a bassa e media tensione;  (10.000.000,00 €)
g) promuovendo l’uso della cogenerazione di calore ed energia ad alto rendimento sulla base della domanda di calore utile.  (15.000.000,00 €)


Asse 5 - Rischio sismico e idraulico (45.990.912,00)
- mitigazione e di riduzione del rischio idrogeologico al fine di fronteggiare gli eventi alluvionali con la realizzazione di interventi strutturali nella rete idraulica principale, contribuendo ad aumentare la resilienza del territorio in funzione della prevenzione del rischio e alla protezione della popolazione esposta a rischio;
-  la messa in sicurezza sismica degli edifici strategici e rilevanti ubicati nelle aree maggiormente a rischio.

OT5 – “Promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi”;
Azioni:
b) promuovendo investimenti destinati a far fronte a rischi specifici garantendo la resilienza alle catastrofi sviluppando sistemi di gestione delle catastrofi. (45.990.912,00 €)


Asse 6 - Sviluppo Urbano Sostenibile (86.232.960,00 €)
- come fattore molto rilevante di qualità dell’ambiente urbano, viene identificato come prioritario il passaggio ad un sistema di mobilità (trasporto pubblico locale) ad alta sostenibilità per quanto riguarda emissioni ed uso dell’energia. Questo si associa ad un’azione finalizzata ad accrescere l’utilizzo del sistema pubblico della mobilità;
- il problema della qualità abitativa delle fasce escluse e marginali è ancora molto sentito nelle aree urbane del Veneto, sia come fattore di esclusione sociale che in termini di sostenibilità ambientale ed energetica. La risoluzione di questo problema costituisce un elemento importante di riequilibrio e coesione territoriale, oltre che di rigenerazione urbana, nella componente che riguarda in particolare l’inclusione sociale;
- la crisi produttiva, indotta anche dai deficit di innovazione e di capacità di agire in rete, del sistema delle piccole imprese commerciali nei centri delle maggiori città del Veneto (e in particolare nei centri storici) costituiscono un elemento di impoverimento non solo dei livelli di attività economica dei centri urbani ma della qualità della vita dei cittadini, della capacità di mantenimento della popolazione e nella capacità di attrazione di turisti e visitatori.
- Vi è la necessità di porre rimedio alla modesta capacità degli Enti locali di offrire servizi ad elevata interattività, nonché l’esigenza di elevare il livello di interoperabilità e di cooperazione applicativa tra gli enti pubblici, attualmente insoddisfacente.

OT2 – “Migliorare l’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché l’impiego e la qualità delle medesime”;
Azioni:
c) rafforzando le applicazioni delle TIC per l'e-government, l'e-learning, l'e-inclusion, l'e-culture e l'e-health. (11.497.728,00 €) 

OT 3 – “Competitività  dei sistemi produttivi”
b) sviluppando e realizzando nuovi modelli di attività per le PMI in particolare per l’internazionalizzazione.  (11.497.728,00 €)

OT 4 – “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”
e) Promuovendo strategie per basse emissioni di carbonio per tutti i tipi di territorio, in particolare le aree urbane, inclusa la promozione della mobilità urbana multimodale sostenibile e di pertinenti misure di adattamento e mitigazione.  (28.744.320,00 €)

OT 9 – “Promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni discriminazione”
b) sostenendo la rigenerazione fisica, economica e sociale delle comunità sfavorite nelle aree urbane e rurali.  (34.493.184,00 €)


Asse 7 - Capacità amministrativa e istituzionale ( 14.372.160,00 €)
“La Regione del Veneto intende ottenere il miglioramento della governance multilivello e delle capacità degli organismi coinvolti nella attuazione e gestione dei programmi operativi, in linea con le indicazioni dell’Accordo di Partenariato, del Position Paper sull’Italia, del PNR e delle Raccomandazioni Specifiche del Consiglio Europeo all’Italia che sottolineano l’importanza della capacità istituzionale e amministrativa, in particolare mediante il Piano di Rafforzamento Amministrativo (accompagnato dal reclutamento dedicato di personale a tempo indeterminato), in un’ottica complessiva di rafforzamento strutturale delle capacità di programmazione e gestione dei fondi SIE.”


OT 11 – “Rafforzare la capacità istituzionale delle Autorità pubbliche e delle parti interessate e un’amministrazione pubblica efficiente”:
Azioni:
a) Rafforzare la capacità istituzionale delle autorità pubbliche e delle parti interessate e un'amministrazione pubblica efficiente mediante azioni volte a rafforzare la capacità istituzionale e l'efficienza delle amministrazioni pubbliche e dei servizi pubblici relativi all'attuazione del FESR, affiancando le azioni svolte nell'ambito del FSE per rafforzare la capacità istituzionale e l'efficienza della pubblica amministrazione. (14.372.160,00 €)

lunedì 20 luglio 2015

Perché fare un progetto europeo?





Salve a tutti quelli che mi leggono.
Dopo un po’ di tempo dedicato alla stesura di progetti su alcune call, eccomi di ritorno a scrivere un pezzo sul mio blog.
Mi aiuta partire dalla domanda che spesso mi viene posta: perché fare un progetto europeo?

Ritengo che la risposta possa essere divisa in due parti: la prima per provare a intendersi sulla parola “progetto”. La seconda sull’aspetto Europeo.
La parola che deriva dal latino, ha questa etimologia: pro avanti jacere gettare, ossia “ciò che viene gettato davanti
Nella vita, più o meno, tutto può essere definito come un “progetto”. Di solito comincia da un pensiero, un’idea, scatenata da un problema, da un bisogno o da un desiderio. A cui questo progetto dovrebbe portare una soluzione e un appagamento.  
A volte, invece, e sono le più rare inizia, con una intuizione (frutto di creatività o di un  processo di astrazione), su una qualche “cosa” che non esiste, ma che, se ci fosse, porterebbe un cambiamento, e magari per tanti, non solo per l’ideatore.
Nella vita comune il termine “progetto” viene applicato alle più svariate categorie e ad ambiti molto differenti: dal progetto di vita, con variabili note e ignote, al progetto di “avere” una casa, prima ancora di “fare” una casa. A progetti calati sui bisogni (primari, cibo, acqua, casa o edificio ecc…) sia singoli che di società.
A questo punto la Vostra immaginazione può spaziare in lungo e in largo.
Quindi cosa significa fare un “progetto”?
Significa fare uno “studio” preparatorio di un’impresa, di un’opera, di un servizio o di qualsiasi altra prodotto che abbia bisogno di una preparazione, di condizioni e di risorse per essere attuata.
Tralasciamo, per un attimo, ora, i progetti della “persona” intesa come singolo individuo riferiti alla sua vita e alla sua evoluzione.
In tutti i casi in cui, attraverso un progetto si punta alla realizzazione di un’opera o di un servizio, una delle voci ineludibili sono le risorse. Dentro a questo capitolo ci sono (uso termini nel loro senso generale) macchine, know-how,  strumenti, lavoro di persone.
Quando un ideatore ha la possibilità di trovare tutto ciò nel suo “magazzino”, compresi i soldi per pagare le persone, redige un progetto, pianificando obiettivi, azioni, tempi, risultati e prodotti (se è bravo anche verifiche dell’esecuzione). Dopo le opportune verifiche del progetto, investe le sue risorse e lo esegue. 
Se invece il “magazzino” è sprovvisto delle risorse, risulta necessario trovare le risorse che mancano. Per trovare queste, nel nostro sistema economico, sono necessari i soldi.

A questo punto o uno ne ha o li chiede. Generalmente, la stragrande maggioranza, si avvale di risorse private erogate, con interessi, da enti di credito (banche, fondazioni, assicurazioni).
Questo porta una aggiunta al lavoro del progettista, perché i soldi prestati vanno restituiti. Quindi la pianificazione delle attività post realizzazione del progetto va accuratamente ragionata per prevedere dei tempi di rientro.
Molte volte, però succede anche il caso opposto.
Ci sono entità che elaborano strategie, programmi, piani di sviluppo e obiettivi generali da raggiungere. Queste entità hanno le risorse economiche. Ma a queste entità di norma, mancano le altre risorse: realizzatori concreti dotati di strumenti, mezzi, know – how e lavoro di persone.
Nel privato, sappiamo bene quali siano i meccanismi.
Quando le risorse sono pubbliche, le risorse economiche non sono, spesso, “prestate” ma sono “erogate”a fronte di servizi o prodotti realizzati, ed è il caso dei bandi d’appalto, call for tender in inglese, o a fronte di progetti che portino risultati (beni o servizi fra i quali metodi, pratiche, modi e approcci) che permettano all’ente pubblico di raggiungere il PROPRIO obiettivo pianificato (e queste sono note come call for proposal).
Quindi, con denominatore comune un’ottica WIN WIN (ossia tutti raggiungono i propri obiettivi desiderati: “vincono tutti”), il “mio” progetto, sia io un ente pubblico o privato, deve entrare nella “rotaia” definita dall’ente pubblico erogante (con stessa direzione e verso) anche se può avere una forma sconosciuta all’ente erogante. Rotaia definita dal mainstream politico.
Cosa voglio dire? Che il progetto, pur essendo mio, diverso da tutti gli altri, e che raggiunge anche obiettivi miei, contribuisce, molte volte in una maniera sconosciuta a chi eroga, al raggiungimento degli obiettivi dell’ente erogante.

In questo inserisco qui il fattore tempo. Per necessità di controllo e concretezza ogni progetto ha un tempo di vita: specialmente in quelli finanziati da risorse pubbliche esiste un inizio (giorno/anno), una durata (mesi/anni) e una fine (giorno/anno). Sono i prodotti del progetto e/o gli effetti e le condizioni e/o l’utilizzo dei servizi e/o i benefici che devono durare dopo la fine del progetto.

Questo, ovviamente, è il caso dei famosi progetti europei. Dove le risorse (fondi europei), per motivi che non vi esplicito ora sono notevoli e a disposizione di chi si vuole cimentare in queste gare.

In ogni caso, sia l’ente erogante pubblico o privato, lo stesso determina delle regole e/o dei metodi per eseguire i progetti che hanno una duplice funzione: agevolare nella stesura il proponente e agevolare nella valutazione l’ente erogante.  Non solo in termini di contenuti ma anche in termini di strutturazione della proposta progettuale.
Capita anche che strumenti di progettazione esecutiva prodotti da altri enti, siano presi, modificati in maniera per renderli più adatti al contesto progettuale dell’ente erogante e utilizzati (ad esempio il WBS).
Nonostante oggi si stia arrivando alla prassi di presentare progetti in format online, questo non deve indurre a pensare che il lavoro di progettazione precedente (con strumenti adeguati all’idea progetto) sia inutile. Anzi. Diventa fondamentale per creare una struttura e non trovarsi a improvvisare scelte o decisioni durante una compilazione online.

Molti sono i metodi di progettazione pensati e poi applicati. Ne elenco qualcuno per conoscenza fra i più famosi: RAF (Ricerca Formazione Azione, FR, 1960); WBS (Work Breakdown Structure, USA, 1960; ZOPP (ZielOrientierte Projektolanung, D, 1970); MARP (Metodo Accelerato di Ricerca Partecipativa, GB, 1980); SWOT (Strength, Weaknesses, Opportunities, Threats, oggi strumento, inizialmente usato come base per progetti, UE, 1980) PCM (Project Cycle Management che contiene anche il Logical Framework  ed il Problem Tree, UE by EuropeAid, 1992. 

Eccoci quindi al contesto Europeo. Perché, se faccio un progetto, lo inserisco nel contesto Europeo? 

Nella concezione tipica e più spicciola, il proponente medio lo fa per ottenere i fondi pubblici.
Che tradotto significa risorse economiche non in prestito e quindi non da restituire. Anche se oggi, per la maggior parte in cofinanziamento (ossia in % sui costi ammissibili).
E, troppo spesso, lo fa ignorando politiche, finalità, contesti, che potrebbe essere anche ammissibile, ma anche ignorando quale strumento sia il più adatto alla SUA idea di progetto (ossia se fondi europei, fondi regionali, finanziamenti, linee ministeriali e/o governative).

Ricevo, anche oggi, richieste del tipo “devo cambiare la macchina per fare gli stampi e metterne una più moderna, e vorrei sapere se ci sono dei fondi europei a cui attingere”. Nonostante probabilmente questa “macchina moderna” è sul mercato perché il committente l’ha vista a una fiera, e quindi NON è una sua innovativa idea ma una necessità di produzione, di certo non è direttamente all’Europa che può andare a chiedere.  Potrà, forse, richiedere un finanziamento per l’ammortamento del costo della macchina per qualche anno in qualche linea governativa (Legge Sabatini ad esempio) o altre.
In linea di massima le attività che durante l’esecuzione del progetto o alla loro realizzazione o strettamente commerciali NON sono finanziate, o  nel caso siano inserite nei progetti, abbassano la quota di cofinanziamento europeo.   

La risposta al perché faccio un progetto europeo non può e non deve essere mai solo “soldi”.
Il contesto Europeo è altro. E’ imparare metodi e modalità. E’ lavorare in network, con culture e approcci differenti. Ampliare i nostri limitati, e a volte limitanti, contesti locali per ottenere conoscenza e capacità superiori. Sperimentare modi, metodi e risultati che portino davvero a cambiamenti. Ideare finalità di prodotti, che non siano solo dedicato al beneficio di pochi o del singolo, ma ad un bene superiore rispetto a quello del singolo individuo. E che quindi che risponda all’utilità di tutti (o di fasce estese della popolazione europea).

Competizione alta, grande capacità e propensione alla collaborazione, contesto innovativo e stimolante e opportunità che crescono al crescere della professionalità dei partecipanti. Questo è il contesto europeo in cui sono inserite le call.

Insieme a tutto questo è anche risorse economiche. E anche tante.
Ma quelli che hanno ottenuto i finanziamenti, con cui ho avuto il piacere di parlare, non mi hanno fatto rilevare l’aspetto economico dei loro progetti, quanto avevano preso come contributo, piuttosto quella che era la loro evoluzione e crescita in termini, prima di tutto, di attività e metodi lavorativi, idee, network e progettualità.
Molte volte a realizzare uno sviluppo reale che porta un aumento attraverso la capacità di fare meglio con meno o con le stesse risorse.
Quindi, non fate una richiesta pensando solo ai soldi. Non è utile per avere fondi dall’UE.

mercoledì 27 maggio 2015

Europa e l'innovazione sociale.

L'innovazione sociale (social innovation) è considerata dall'Europa uno dei driver più potenti per la creazione di un nuovo modello economico. Un complesso e crescente mondo che include parole come sharing economy, smart cities, open government e social impact, ma anche modelli nuovi di impresa e di business.
A questa riconosce diverse linee di finanziamento come ad esempio: il nuovo programma quadro per la ricerca Horizon 2020 "Europe in a changing world", le call dell'area INSO (social Innovation), l'obiettivo trasversale "Science With and For Society"sempre di H2020 e il programma Employment and Social Innovation (EaSI)
Ma andiamo con ordine. Facciamo prima una sorta di punto sul modo attuale di intendere la "social innovation".


IIn questo periodo storico in cui le imprese e dell’economia sono messo a “ferro e fuoco” dalla crisi, dove si va alla ricerca di modelli economici nuovi, fra nuove esperienze, sostenibilità, resilienza e sharing, si aprono i cancelli per i più visionari e futuristici. Una nuova sfida. Un campo definito dai termini “innovazione sociale” che cerca la sua identità.

La ricerca di nuovi percorsi in grado di ridefinire il modello di “creazione di valore”. Un “mercato” visto e approcciato in maniera “diversa”, che parte dal basso e che dal basso riceve i segnali per esistere. Un mercato partecipe, dove il cliente è protagonista attivo della creazione del prodotto che richiede.
Questo sottende, per le imprese, la possibilità di una efficace e sostenibile creazione di una nuova idea di prodotto, servizio, modello: trasformarsi in promotori, attori e protagonisti di pratiche di Social Innovation.
Partiamo da alcune semplici domande:
Può un’impresa dare risposta a bisogni sociali emergenti, presenti e passati, in modo innovativo, creando al contempo valore (non necessariamente economico) anche per se stessa? Come?
Come può un’impresa, attraverso la propria “value propostion” collocarsi come “attore di sostenibilità e miglioramento sociale” del contesto sociale in cui opera utilizzando il proprio business come leva per la creazione di nuove relazioni, collaborazioni e partnership e per proporre una risposta efficace (e redditiva) a istanze della collettività, sviluppando il proprio business?
Immaginiamo, per il domani, alcune sfide, alle quali in un mondo “globalizzato”, connesso e unico come il nostro, non ci si potrà sottrarre:
- una emergenza ambientale: un imminente possibile “disastro” globale (Global Change, Global Warming, perdita di biodiversità, necessità di cambio del sistema di risorse e quindi necessità di riprogettare il modello di vita) in un pianeta che a oggi conta 7,3 miliardi di persone, con squilibri sociali, economici e di accesso a servizi e risorse completamente differenti. E che non può impedire, ad esempio, ad un miliardo e 300 milioni di cinesi e un miliardo e 100 milioni di indiani contendersi lo stesso petrolio, la stessa acqua, la stessa aria per mutuare il modello si sviluppo che l’occidente ha rincorso fino ad oggi. O a un miliardo di Africani, che non riuscendo a mutuare un modello occidentale nel proprio territorio (anche a causa delle ingerenze dell’occidente) e subendo inoltre più di altri gli effetti del cambiamento climatico a migrare in massa verso opportunità di vita.
- una frattura demografica. Il vecchio continente, lo sta diventando veramente. Fra i più veloci in questo cambiamento ci sono l’Italia ed il Veneto. È in atto un aumento della longevità della vita (positivo) che diventa un problema paragonato a una diminuzione delle nascite. Realtà che scardina da noi i sistemi (oggi sempre più inadeguati) di welfare e di società. Inoltre le natalità immigrate superano quelle nostrane;
- un progressivo declino dell’occidente, che tradotto in altri termini rappresenta la fine del “dominio” dell’“uomo bianco” sul mondo.
Oltre a questi temi globali ne penso due molto più vicini al nostro sistema, senza alcun desiderio di interpretazione morale:
Il primo: In Italia, ma anche in altri paesi europei, lo stato sociale è in fase di contrazione. In Italia, legato molto a logiche assistenzialiste e non imprenditoriali, con il “terso settore” o il “no – Profit” rispondeva a bisogni dove lo stato non arrivava. Oggi, anche a causa di una robusta contrazione delle risorse provenienti dalla PA, soffre la carenza di una estesa capacità imprenditoriale, quella capace di assicurare sostenibilità alla propria impresa.
Il secondo: la crisi economica, che ci ha anche edotto sul fatto che non siamo scollegati dai problemi degli altri, ma anzi in maniera ognuna propria ne subiamo gli effetti, solleva e fa emergere nuovi bisogni sociali e rafforza, appesantendoli, i vecchi.
Il terzo: il nostro tessuto produttivo costituito, per la maggior parte, da medie, piccole e micro realtà imprenditoriali generalmente slegate e contrapposte, non regge la sfida globale che sposa grandi volumi ad attenzione al singolo e sempre maggiore personalizzazione. Anche a causa dello smarrimento di una identità di prodotto e servizio tailored sul bisogno del singolo cliente, a fronte della produzione di serie, e con un percorso forte di valore, tipico della cultura no profit, che va recuperato, esteso e migliorato.  
Ma crisi, nella lingua cinese è un ideogramma composto da due simboli, che, separatamente significano “pericolo” e “opportunità”(figura all'inizio del post)
In questo scenario di nuovi bisogni, sfide globali e opportunità le imprese (tutte) non possono permettersi di non sedersi a questo tavolo, non possono permettersi che il know how di cui sono portatrici sia tagliato fuori da una logica differente, attenta al percorso, al valore, alle persone. Una logica che rovescia le dinamiche che fino a ieri reggevano i percorsi di mercato. Oggi e sempre di più inefficaci. Da questo tema passano le future sfide di un vantaggio competitivo (o meglio, di un “vantaggio collaborativo”) per le imprese stesse.

“Social innovation can be defined as the development and implementation of new ideas (products, services and models) to meet social needs and create new social relationships or collaborations. It represents new responses to pressing social demands, which affect the process of social interactions. It is aimed at improving human well-being. Social innovations are innovations that are social in both their ends and their means. They are innovations that are not only good for society but also enhance individuals’ capacity to act.” Da Guide to Social Innovation 2013 – European Commission

In questo estratto la EC non fa nessun riferimento esplicito alle “imprese sociali”, di fatto lanciando un sasso verso il superamento di una distinzione profit / no profit, basata sull’impatto sociale. Superamento che alcune nazioni hanno già formalizzato (Francia, ad esempio).
E’ giunto il momento di avviare, per le imprese, un percorso di raccordo delle dualità che le caratterizzano (capitale e lavoro, ambiente e salute, economia ed ecologia) per abbattere un modello capitalistico obsoleto, iniquo e insostenibile e per ri - costruire un nuovo modello economico, sostenibile allo stesso tempo in senso sociale, ambientale ed economico.
E proprio in questa ultima affermazione che passa operativamente il tentativo per le imprese di inserirsi in tale processo di innovazione: attraverso azioni che sono allo stesso tempo capaci di produrre economia e miglioramento sociale.
Questo richiede anche il passaggio da un’ottica di "donazione" tipica di un certo modo di concepire la CSR, a un’ottica di rete, di ascolto, di co-progettazione, di condivisione delle azioni e dei fini.
In primis fra produttori e venditori di servizi e cliente, e, in Italia, anche tra mondo profit e No profit portatore di istanze e bisogni sociali, in grado di conciliare le esigenze di attori estremamente diversi tra loro in quanto a profilo culturale, metodologico e valoriale. La complementarietà delle risorse dei partner offre l’opportunità di generare soluzioni win win, in cui entrambe le parti perseguono i propri obiettivi sfruttando i vantaggi della collaborazione e ragionando in termini di innovazione.

Il presupposto è semplice: l’azienda prospera se il territorio, in cui opera, prospera (e viceversa). L’intuizione dello Shared Value può essere d’aiuto: mappando la catena del valore di un’impresa (asset, processi, attività già in essere presso l’impresa) è possibile identificare le aree ad alta potenzialità di generazione di valore condiviso, utile all’azienda e al contesto in cui opera. 
Si tratta di lasciarsi guidare dall’efficienza (utilizzando quindi tutti gli asset al massimo delle possibilità), di aprirsi ad una nuova cultura d’impresa, trasparente e collaborativa, in grado di trasformare l’impresa in interlocutore credibile in tema di innovazione sociale.
Identificare e mettere a disposizione le proprie leve di valore (come il know how, l’infrastruttura, i sistemi di gestione) a partner in grado di soddisfare bisogni sociali, entrando in una logica multidirezionale (impresa, partner, stakeholder, società), reticolare, di network.
Il processo di ricerca e sviluppo di un’impresa è un utile esempio, per quanto semplificato: abbracciare nell’azienda una strategia di innovazione sociale, significa trasformare le attività Ricerca e Innovazione Tecnologica da attività tipicamente interne a processi aperti e informali, che attivano intelligenza collettiva ed economie collaborative

Un ulteriore esempio ad alto potenziale è offerta dall’interazione strutturata e innovativa con i fornitori che compongono la supply chain, per rafforzare ad un tempo le attività di impresa, permettendo una crescita organica dei fornitori stessi, che a loro volta, incrementando la propria competitività e rilevanza sociale, possono farsi portatori di soluzioni innovative nei contesti di riferimento.

E ancora, da un altro punto di vista ad approccio più allargato, la strategia verso l’innovazione sociale si sposa con la crescita e lo sviluppo di un’idea di Smart Cities, dove le diverse componenti della società, unite da soluzioni tecnologiche innovative, individuano modelli di sostenibilità all’interno degli agglomerati cittadini, modelli fatti di relazioni, di servizi innovativi efficaci ed efficienti e di prodotti, attenti ai bisogni e alle persone, ma anche a peculiarità territoriali e culturali.

E proprio negli agglomerati cittadini che i megatrend che ci aspettano si faranno sentire forti nei prossimi anni, di cui ricordo, ad esempio: concentrazioni abitative, gestione intelligente e sostenibile in relazione alle reti energetiche, alla mobilità, agli edifici; efficienza energetica ed emissioni zero; popolazione giovane (indiana, cinese, filippina e africana) in Europa e, di contro, il 20% del totale mondiale di popolazione ultraottantenne; interazioni fra individui, macchine ed organizzazioni, integrazione di cloud pubblici e privati (Big Data), ambienti di simulazione (difesa, medicina, educazione, mobilità, solo per citarne alcuni), modelli di business basati sulla condivisione di risorse (ma anche di infrastrutture, macchinari, servizi), connettività principalmente wireless, ulteriore sviluppo della banda in termini di ampiezza e disponibilità da cui deriveranno nuove generazioni di applicazioni e servizi, intelligenza artificiale, esigenze sociali di ridurre a zero difetti, tecnologie emergenti (nano materiali, elettronica flessibile, laser, materiali intelligenti),  nuove infrastrutture e nuove soluzioni tecnologiche, nuove terapie, valore sociale della salute ed del benessere, metodi di prevenzione e di cura, automazione industriale, tecniche di intelligenza artificiale, robot intelligenti, produzione più rapida, efficiente e sostenibile, e quindi scomparsa di alcuni lavori, riuso, seconda e terza vita dei beni, reti multiple, integrate ed intelligenti e capacità di immagazzinare meglio e di più l’energia (storage).

Si tratta di un cambiamento culturale forte, che poggia sulle spalle della responsabilità sociale di ognuno, per uscire da una logica di “protezione” degli asset (operativi, reputazionali, etc.) ed entrare in un nuovo modello di vera creazione di valore.
Si tratta di un cambiamento forse ineluttabile per le imprese che aspirano a mantenere una leadership nelle pratiche di sostenibilità come strumento di competitività: un nuovo punto di vista, un nuovo modo di osservare i bisogni, sociali ed economici, e di interpretare il ruolo dell’impresa, rileggendo la propria identità (ottimizzando tutti gli strumenti già a disposizione), per offrire risposte condivise e sostenibili.

giovedì 30 aprile 2015

Finanziamenti UE e bioedilizia


Stimolato da una coppia di amici, Marta e Vanni, che ringrazio, provo a dare una risposta a questa domanda: quali sono i finanziamenti europei per gli interventi di bioedilizia in Veneto?

Nella risposta vanno inseriti, ovviamente, tutti gli interventi relativi a un approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili e quelli relativi all’efficientamento energetico.
E’ in queste linee, infatti, che si trovano più disponibilità di fondi.

Elencherò velocemente le opportunità con una breve descrizione della linea di finanziamento (le documentazioni estese, volendo, si trovano sui siti web dedicati).

Programma europeo Elena: finanziamenti per l’efficienza energetica

Dal 2010 le pubbliche amministrazioni dei Paesi membri della UE possono partecipare al programma di finanziamento ELENA “European Local Energy Assistance” (assistenza energetica europea a livello locale) varato dalla Commissione europea e dalla BEI con l’obiettivo di sostenere progetti di efficienza energetica, energia rinnovabile e mobilità urbana sostenibile.

ELENA è uno strumento che fornisce sovvenzioni per l’assistenza tecnica. Tra le tante misure che possono ricevere tale sostegno finanziario rientrano: studi di fattibilità e di mercato; strutturazione di programmi d’investimento; piani aziendali; audit energetici; preparazione di procedure d’appalto e accordi contrattuali, e assegnazione della gestione dei programmi d’investimento a personale di nuova assunzione. Lo scopo è di riunire progetti locali sparsi in investimenti sistematici e renderli bancabili.
Le azioni riportate nei piani d’azione e nei programmi d’investimento dei comuni devono essere finanziate con altri mezzi, come prestiti, ESCo o Fondi strutturali.

Possono usufruire dell’assistenza tecnica, supportata dal fondo ELENA, le autorità locali o regionali, altri enti pubblici o raggruppamenti di enti che si trovano nei paesi che partecipano al programma EIE (Intelligent Energy Europe): i 28 Stati membri della UE, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. ELENA supporta l’iniziativa europea del Patto dei Sindaci, ma il sostegno finanziario non è ristretto esclusivamente a chi ne fa parte.
In altre parole, ELENA mira alla mobilitazione di investimenti privati nel settore pubblico, secondo i criteri del diritto anglosassone del “Third Party Financing” e del “Shared Saving Contract” che non incidono nel “Patto di Stabilità” interno, così da superare le attuali difficoltà di indebitamento da parte degli Enti Locali. Ad esempio, l’attività delle ESCo può agevolmente venire inquadrata, in ragione dell’assunzione del rischio imprenditoriale, ovvero come concessione e non come appalto.


Horizon 2020
E’ l’ottavo programma quadro per la Ricerca e l’Innovazione. E sostituisce, inglobandone gli obiettivi, il programma IEE (Intelligent Energy for Europe) attivo sino al 2013.
È un programma corposo, strutturato, con obiettivi ambiziosi a cui è complesso accedere.
La parola chiave è proprio innovazione. Di processo, di prodotto, molto più assoluta (cose nuove non fatte da altri) che relativa (ossia relativamente ad un contesto socioeconomico non molto sviluppato rispetto ad un altro). Paga poco l’implementazione delle strutture (30% e/o costi di ammortamento durante esecuzione progetto), molto la sperimentazione dei processi e gli impianti pilota investigativi di particolari tecnologie o soluzioni dal 70% al 100%. 
Fino a ieri accesso privilegiato a questi fondi era dedicato alle Università e ai centri di Ricerca. Oggi l’accesso è aperto molto di più anche agli altri, che aderiscano però alle finalità e agli obiettivi del programma.
La ricerca dei bandi è un po’ complessa, per chi non si sia approcciato mai a programmi di questo tipo. Tralasciando che il sito principale è in Inglese, il programma è diviso in tre pilastri principali: eccellenza scientifica, leadership industriale, sfide per la società, più altre sei linee di finanziamento.
Per uno sguardo d’insieme fate riferimento all’immagine seguente:



Ognuno dei tre pilastri, poi è diviso in capitoli tematici. Ognuno di questi da poi vita a call specifiche che vengono elencate in programmi biennali dal 2014 al 2020. Oggi, infatti sono disponibili le call del 2014 e del 2020.

Aspetti critici sono: elevata competizione, necessità di parternariato solido (con credentials experience ed expertise) e equilibrato geograficamente, il testo scritto, poi, deve essere comprensibile anche se scientificamente elevato e redatto in un inglese perfetto.
Le call sono complesse e riassumono in meno righe percorsi decisionali assai più corposi.
Le azioni fatte con H2020 ed i programmi a questo correlati, sono azioni ad alto livello, ambiziose, innovative, in un certo senso “evolutive” in rifermento alle soluzioni tecnologiche o di processo investigate in maniera partecipata con in un certo senso l’elite dell’innovazione in europa. Il TRL (Tecnology Readiness Level) ossia il livello di maturità tecnologica delle proposte presentate alle call deve essere da 6 a superiore (nelle relazioni sul livello di tecnologia innovativa, in media, l’Italia NON arriva a 6. Solo alcuni centri e istituti riescono).

Gli aspetti positivi sono la spinta e l’accelerazione che programmi di questo tipo danno ad idee innovative. Si entra nell’olimpo della ricerca e ci si confronta, in termini di collaborazione e miglioramento, con il più altro livello europeo di attività. Che tradotto, significa anche alto livello mondiale. Il beneficio di una call H2020 non è solo economica, quindi, di tutte quelle positività che scaturiscono nel realizzare progetti ad alto valore in un contesto europeo e globale. Non ultimo l’aspetto finanziario. I progetti H2020 non hanno limiti economici. Ma la richiesta economica deve essere commisurata alla sfida affrontata e alla soluzione proposta.
Progetti di 4/5 milioni di euro sono abbastanza normali. E le attività di prototipazione, ricerca analisi, ricaduta, comunicazione, disseminazione ed eventuale trasferimento sono finanziate al 100%. 

Per darvi un esempio delle call disponibili in questo momento (con scadenza 4 giugno 2015)
(sito http://ec.europa.eu/research/participants/portal/desktop/en/home.html da questo cliccate nel menu in alto Funding opportunity e nella pagina che vi si apre sulla sinistra cliccate sotto alla voce H2020 il tasto “call”: vi si apre una pagina con un corposo numero di caselle di diverso colore, ognuna di queste è una piccola “famiglia” di call tematizzate).

Un gruppo di questi, utile per le energie rinnovabili segue questo percorso:
H2020 à Societal Challenges à Energy Efficiency à codice H2020 – EE – 2015 – 2 – RIA.

Aprendo questa casellina, troviamo tre call relative a tre “topic”:
Topic:            EE-06-2015: Demand response in blocks of buildings
Topic:            EE-11-2015: New ICT-based solutions for energy efficiency
Topic:            EE-13-2015: Technology for district heating and cooling

Aprendo uno di questi tre link (li trovate come link sulla pagina di H2020) si apre la call specifica, di cui vi metto un estratto, (opportunamente tradotto):
Demand – Response in blocks of Buildings
Specific Challenge: un sistema “demand – response” consente agli utenti finali di partecipare attivamente nei mercati dell'energia e risparmiare da condizioni di prezzo ottimali, rendendo la griglia (caldo, freddo, energia elettrica) più efficiente e contribuiendo all'integrazione delle fonti energetiche rinnovabili. La direttiva sull'efficienza energetica adottata nel 2012 contiene disposizioni che incoraggino gli operatori del mercato per facilitare le tecnologie “demand – response”. A livello degli edifici, il crescente impiego di tecnologie per la gestione dell'energia, sia per i carichi termici che elettrici, agirà come fattore abilitante per lo sviluppo di sistema “demand – response”  sia negli edifici residenziali e non residenziali (ad esempio uffici).
Tali sistemi possono essere integrati con tecnologie termiche/elettriche di immagazzinamento energetico sia con micro impianti di calore ed elettricità combinati (CHP). […]

Scope: per ogni blocco di edifici, ci si dovrebbe concentrare sull'ottimizzazione in tempo reale della domanda di energia, sull’immagazzinamento e e sulla distribuzione (compresa l’aspetto dell’autoproduzione se presente), utilizzando sistemi di gestione dell'energia intelligenti, con l'obiettivo di ridurre la differenza tra la domanda di potenza di picco e la domanda di tempo minimo di notte, riducendo così i costi e le emissioni di gas serra. Devono essere dimostrate soluzioni interoperabili economicamente coonvenienti e tali da non compromettere il comfort degli occupanti per un blocco di edifici costituiti da almeno 3 diversi edifici in condizioni operative reali. Le soluzioni devono essere compatibili con le reti intelligenti, le norme internazionali e con l'infrastruttura della rete di distribuzione.

Come si fa a trovare il bando giusto o a vedere in quale linea ci possono essere ambiti che collimano con i vostri progetti? Si studia. Un consulente europrogettista che propone progetti su H2020 passa le giornate (ma anche mesi) a studiare questi bandi e i documenti antecedenti correlati.



Life 2014 – 2020
Lo strumento di finanziamento LIFE fornisce un sostegno specifico per lo sviluppo e l’attuazione della politica e delle normative dell’Unione in materia di ambiente e clima.
Gli strumenti principali previsti da LIFE sono sovvenzioni, contratti di appalti pubblici e contributi agli strumenti finanziari.
Le sovvenzioni per azioni, che forniscono un contributo finanziario diretto sottoforma di donazione, proverranno dal bilancio dell’Unione e costituiranno lo strumento finanziario più importante nell’ambito di LIFE.
Durante il primo programma di lavoro pluriennale (2014-2017), le sovvenzioni rappresenteranno in linea di massima il 60 % dei contributi finanziari erogati a favore dei progetti.
Il programma LIFE si compone di due sottoprogrammi, Ambiente e Azione per il clima.
Le principali aree di finanziamento nell’ambito del sottoprogramma Ambiente sono: ambiente ed efficienza delle risorse, natura e biodiversità, governance ambientale e informazione.
Le aree di finanziamento chiave nell’ambito del sottoprogramma Azione per il clima sono: mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento, governance climatica e informazione.

Tra gli obiettivi del programma LIFE, vi è quello di contribuire al passaggio verso un’economia efficiente nell’impiego delle risorse, a basso tenore di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici.
Ad esempio, nell’ambito del settore prioritario riguardante l’ambiente e l’efficienza delle risorse, il programma LIFE sostiene i progetti volti a sviluppare, testare e dimostrare gli approcci relativi alle politiche e alla gestione, nonché le buone pratiche e le soluzioni, compresi lo sviluppo e la sperimentazione di tecnologie innovative per fronteggiare le sfide ambientali che possono essere riprodotte, trasferite e divulgate.
LIFE è un programma integrativo per le attività di ricerca finanziate attraverso Orizzonte 2020.
Quindi sono ammessi progetti sul ciclo di vita delle produzioni e dei settori, anche edile, su utilizzo di materiali innovativi, nonché su tutti gli aspetti delle energie rinnovabili, con finalità dimostrative di buone pratiche.



Fondi strutturali, programmi transfrontalieri a gestione partecipata.

I programmi che, in tutto o in parte, investono il territorio del Veneto sono elencati nel mio secondo post del 22 Marzo del 2015, con i siti di riferimento. In alcuni di questi viene fatto un esplicito riferimento a interventi su energie rinnovabili e efficientamento energetico

Central Europe (Europa Centrale)
Asse prioritario 2: sviluppare e implementare soluzioni per incrementare l’efficienza energetica e l’uso delle energie rinnovabili nelle strutture pubbliche.
La call prevede anche la partecipazione di PMI e altri e finanzia sino all’85% dei costi ammissibili.

MED (Mediterraneo)
Obiettivo specifico 2.1: accrescere la capacità di gestione energetica degli edifici pubblici a scala transnazionale.
Anche qui è aperta la partecipazione delle PMI. Anche qui il cofinanziamento è del 85% sui costi ammissibili.

ADRION (Adriatico – Ionio)
Interreg Europe nel terzo e nel quarto tema d’azione cita, testualmente (dal Programme Manual disponibile in rete):
Ob 4. Ambiente ed efficienza nell’uso delle risorse
“Sostenere la transizione industriale verso un uso efficiente delle risorse, la promozione
crescita verde, eco-innovazione e gestione delle prestazioni ambientali nei settori pubblico e privato.”
Ricordo che a questo programma possono accedere le PA, le organizzazioni parapubbliche o partecipate e i privati NO – Profit.


I fondi Strutturali di gestione indiretta: il POR FESR Veneto. 

Secondo previsioni e intenzioni UE l’utilizzo dei fondi comunitari 2014-2020 potrà essere destinato ad interventi per la coesione economica, sociale e territoriale in tutte le aree del Paese.

Tra le undici aree tematiche individuate dall’Unione Europea appare di particolare valenza ai fini energetici quella denominata “Sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio in tutti i settori”, i cui obiettivi sono stati definiti a livello comunitario e inglobati nella strategia per rilanciare l’economia dell’Unione conosciuta come “Europa 2020”, quale strategia intermedia rispetto ad un orizzonte di più lungo periodo.
Questi obiettivi passano essenzialmente attraverso le politiche energetiche.
Al contempo, per massimizzare le ricadute economiche a livello territoriale, la politica potrà contribuire all’introduzione di innovazioni di processo e di prodotto improntate al risparmio energetico nelle imprese, anche agevolando la sperimentazione e laddove possibile la diffusione di fonti energetiche rinnovabili alternative a quelle a oggi maggiormente diffuse ed al potenziamento delle filiere produttive sia nella bioedilizia sia nella componentistica.

Nelle aree urbane potranno essere sostenuti i sistemi di distribuzione intelligente dell’energia (smart grids) e interventi integrati di risparmio, produzione da fonti rinnovabili, efficienza delle reti e trasporto sostenibile che rispondano ad un’unica strategia di sviluppo dei servizi per una migliore qualità della vita.

Quest’area avrà inoltre delle sinergie con l’area tematica “Promuovere l’adattamento al cambiamento climatico, la prevenzione e la gestione dei rischi” che tenderà a favorire, tra l’altro, la diminuzione delle emissioni di gas ad effetto serra e l’aumento del sequestro di carbonio.

Riferimento esplicito è alla politica di Coesione e ai POR FESR Regionali.

“Secondo la nuova programmazione sui fondi strutturali, in particolare sul FESR, dedicati ai Piani Operativi Regionali (POR)per l’Unione Europea sarà possibile destinare fino al 4% del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR, appunto) per cofinanziare, in ogni Stato membro e in ogni regione UE, gli investimenti per l’efficienza energetica nell’edilizia, quali la posa di doppi vetri, pannelli solari e fotovoltaici, sostituzione di vecchie caldaie. Questi andranno a far parte integrante dei fondi normati dai POR Regionali, nella massima parte.
 Si tratta di quanto disposto dal regolamento previsto dal Parlamento che, data la crisi economica, vuole promuovere la creazione di posti di lavoro e il conseguimento degli obiettivi sui cambiamenti climatici. Il Parlamento Europeo ha adottato la modifica del regolamento inerenti il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) che procede con l’intento di consentire e facilitare gli investimenti a favore dell’efficienza energetica delle rinnovabili nel campo dell’edilizia abitativa in ogni Stato membro.”Fonte UE.

Nel POR FESR Veneto non viene citata la parola “Bioedilizia” e gli obiettivi 202020, vengono, nel testo, disattesi. Questo non toglie che gli obiettivi citati nel testo possano essere, forse, quelli più onestamente raggiungibili. In ogni caso, come si evincerà dal testo, il ritardo è palese.

Ecco alcune puntualizzazioni. Faccio riferimento al testo del POR FESR Veneto 2014 - 2020 disponibile in rete che presenta, sia come obiettivi Nazionali che come obiettivi Veneti, dei punti di attenzione:

1- un ritardo dell’approvazione (oggi è approvato) che segnalo con esclusiva “attenzione” tecnica: mi riferisco a una “capacità amministrativa” che ogni apparato burocratico, in correlazione al tessuto socioeconomico a cui si riferisce, possiede e che ne definisce e limita la capacità di spesa annua. Difficilmente si riusciranno a recuperare le risorse “non spese” nel lasso di tempo in cui non abbiamo avuto il POR FESR approvato. Altre regioni europee (un esempio per tutti, le regioni della Spagna) hanno cominciato a spendere i soldi del loro POR FESR nel gennaio 2014.
In questo senso l’impegno della società civile dovrà essere forte (come progetti presentati e esecuzioni di lavori fatti ad hoc) per stimolare il recupero, attraverso gli organi preposti, della spesa delle risorse previste e al Veneto allocate.

2- Seppur non sia citata nel POR la parola Bioedilizia,  sono citati obiettivi sull’uso delle rinnovabili, relativi alla politica 20 20 20 dell’Unione Europea, anche se con obiettivi ridotti rispetto alle decisioni approvate in sede UE:
20 – 1 – (ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990  e del 21% rispetto al 2005) con un obiettivo italiano del -13% rispetto al 2005 e uno Veneto coerente con il Nazionale. Se tutto va bene (e siamo in ritardo di un anno e mezzo) nel 2020 saremo 8 punti percentuali sotto le richieste UE di Europa 202020.
20 – 2 – (raggiungere entro il 2020 il 20% dell’approvvigionamento energetico da Energie Rinnovabili), con un obiettivo italiano relativamente più basso (17 %) ed uno Veneto decisamente più basso (10,3 %)
20 – 3 – siamo allineati con altri stati nel non dichiarare gli obiettivi (N.D.)

Mi sento su questo tema di suggerire un accorgimento. Anche se la direttiva UE parla di 20 20 20, nonostante gli obiettivi della Italiani e della Regione del Veneto non siano in linea, nella realtà delle cose, nei progetti UE ad oggi presentati e in parte eseguiti questi obiettivi sono di gran lunga superati (in alcuni casi raddoppiati) e questo anche in progetti che vedono come capofila entità e comuni del Veneto.

Quindi, credo che si potrebbe usufruire dei fondi POR in maniera da ottenere finanziamenti per progetti che non si limitino nei loro contenuti agli obiettivi regionali, ma che tendano addirittura a superare quelli europei, al fine di eliminare un gap che, poi, si tradurrebbe in costi correlati per il tessuto produttivo e sociale locale superiori rispetto a paritetiche situazioni in altri paesi Ue.

Quindi, a mio avviso, avanti tutta ma, suggerisco, con progetti ambiziosi e con una visione che vada oltre il locale. Una “glocal” vision.


sabato 18 aprile 2015

Fondi UE e cultura.


Seppur il Governo Italiano, dal 2011 ad oggi, si mantenga, sostanzialmente, sul suo basso apporto alla cultura (trattasi di 1,5 miliardi di €/anno, che è lo 0,20 del PIL) il taglio arriva indiretto. Operato da chi, fino a ieri mecenate per un valore complessivo sei volte superiore all’apporto governativo, si trova oggi schiacciato nella legge di stabilità e nella spending review. Regioni, comuni e le morenti province, già nel 2012 hanno dovuto ridurre la spesa sulla cultura di circa 7,2 Miliardi di €. Nel 2015 (oggi) la legge di stabilità, varata dal Governo Renzi, aumenta la fiscalità (in maniera importante) alle Fondazioni Bancarie. Questo inciderà pesantemente anche sulle prossime erogazioni che questi enti, molto importanti in chiave locale, fino a ieri hanno erogato.
Il sistema culturale, fondamentale per ogni paese, è ineludibile per un paese come il nostro che possiede, da solo, opere artistiche e culturali forse superiori al 50% di tutte quelle presenti nel globo terrestre e che è basato su istituzioni internazionali e grandi, ma anche su un fertilissimo micro tessuto di associazioni, società e cooperative che producono cultura dal basso.
Tutti questi, grandi e piccole entità, in attesa che cali la miopia governativa, dovrebbero strutturarsi in maniera differente se non vuole soccombere. Asciugarsi, modernizzarsi (in senso di proposte collegate alle nuove tecnologie, ad esempio: una bella startup di Milano, pensata e costruita da un ragazzo di Napoli, è Movieday http://www.movieday.it/ ) e adeguare, come mix, diverse fonti di finanziamento. Anche perché con la crisi molto presente, c'è un calo generalizzato di pubblico e quindi anche gli introiti dai ticket non coprono quasi mai le spese.

In questo scenario, a volte paradossale (la cultura e l'arte sono motori economici in nazioni più "povere" di contenuti rispetto a noi), fra le fonti di finanziamento, i Fondi Europei possono fare la loro parte.
E direi che una parte di Italiani lo ha capito e già ci difendiamo benino.

Nello scorso invito del programma EUROPA CREATIVA, sotto programma Cultura (call EACEA -32-2014, scaduto a Ottobre 2014) la componente italiana relativamente ai progetti approvati è importante.
Il programma del bando riportato era strutturato in due categorie: progetti di cooperazione su piccola scala, che prevedevano la presenza di un responsabile del progetto e di almeno altri 2 partner stabiliti in almeno 3 diversi Paesi ammissibili:  in questo settore il contributo europeo poteva arrivare al massimo, per ogni progetto approvato, a 200mila euro, pari a non più del 60% dei costi ammissibili previsti in ogni progetto; e i progetti di cooperazione su larga scala, che prevedevano la presenza di un responsabile del progetto in un paese e di almeno altri 5 partner stabiliti in almeno 6 diversi Paesi partecipanti al programma Europa creativa; in questa seconda famiglia di progetti il contributo europeo massimo  arrivava alla ragguardevole cifra di 2 milioni di euro, pari a non più del 50% del bilancio ammissibile.

Fra gli 80 progetti finanziati complessivamente sulle due categorie, 11 sono Italiani: l’Italia risulta in questo caso la prima nazione come numero di progetti approvati.
Vediamo un po’ più in dettaglio:

Cooperazione su piccola scala: 
su 476 proposte ricevute per progetti di cooperazione su piccola scala, la Commissione UE ha selezionato 64 progetti /13,4%), di cui 9 italiani (14%):

Contact zones dell’associazione culturale Margine operativo (Roma);
Theatres for All della Provincia di Forlì-Cesena;
Skills, Practice and Recruitment of European musicians for tomorrow. Audience Development in classical music della Fondazione Gustav Mahler Musica e Gioventù;
POP DRAMA: Circulating of European Playwriting through people's choice del Centro Diego Fabbri;
Fabulamundi. Playwriting Europe – Crossing generations di PAV Snc di Claudia di Giacomo e Roberta Scaglione;
Developing archaeological audiences along the Roman route Aquileia-Emona-Sirmium-Viminacium della Fondazione Aquileia;
Between Arts and Creativity di Onestage performing arts project;
SENSES: the sensory theatre. New transnational strategies for theater audience building dell’Università degli Studi di Milano;
All Strings Attached: Pioneers of the European Puppetry Behind the Scenes del Comune di Cividale del Friuli.

L’Italia si è distinta per il più alto numero di proposte selezionate, 9, seguita da Francia (8), Regno Unito (8), Belgio (6) e Germania (6).

Cooperazione su larga scala: in questa categoria con cifre più alte su 127 proposte ricevute per progetti la Commissione UE ha selezionato 16 progetti (12,6%), di cui 2 italiani (12,5%):

LPM 2015 > 2018 - Live Performers Meeting di Flyer communication Srl;
EU COLLECTIVE PLAYS! del Teatro Stabile delle Arti Medioevali- Società Cooperativa.

L’Italia, in questa categoria presa singolarmente, si trova al terzo posto per il numero di progetti su larga scala selezionati, insieme a Belgio e Paesi Bassi, preceduti al primo posto dalla Francia, con 4 progetti selezionati, e al secondo posto dal Regno Unito, con 3 progetti selezionati.

Notate inoltre come i beneficiari sono di tipo diversificato: faccio questa distinzione non tanto come caratteristica del bando, definita dai formulari e dalle regole, ma come possibilità, non solo amministrazioni pubbliche o Università ma anche srl, associazioni, cooperative e/o fondazioni possono partecipare e vincere.

Allego per chi desidera i link dove trovate le schede prodotte dalla UE con tutti i progetti approvati, completi dei Partner coinvolti, cifra di progetto, cifra finanziata e % di finanziamento su progetto.

https://eacea.ec.europa.eu/sites/eacea-site/files/2.coop_1_selectedprojectsinclpartners.pdf

https://eacea.ec.europa.eu/sites/eacea-site/files/2.coop_1_selectedprojectsinclpartners.pdf

mercoledì 8 aprile 2015

Volendo, possiamo. Il caso del programma Life.


E’ vero. E’ assodato che dobbiamo fare parecchia strada nella comprensione degli strumenti di finanziamento europei e nel loro utilizzo. E’ altresì vero che questo gap negativo dovremmo superarlo nel più breve tempo possibile: la possibilità di recuperare e portare a casa risorse in un periodo di crisi come questo è fondamentale.
Nella grande erogazione potenziale che investe il nostro paese, oltre ai fondi provenienti in bandi diretti, nei quali si fa riferimento direttamente a organi dell’Unione Europea sia per la richiesta (call) sia per la gestione, esiste la somma definita dai fondi strutturali. Questi ultimi sono decisamente più definiti e fino a ieri completamente “in mano” alle amministrazioni pubbliche: solo le PA infatti, erano le beneficiarie, cioè coloro che a questi potevano dare la prima risposta. Le PMI e il tessuto produttivo venivano investiti in fase successiva, come ritorno. Non a caso sono conosciuti come fondi “indiretti”, nei quali, cioè NON ci riferiamo per la gestione direttamente alla UE, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, a enti locali.
Ricordiamo che i fondi europei, sono stati ideati per sostenere la crescita delle aree più deboli dell'Unione, ed ammontano, nella loro totalità ad un valore pari ad un terzo di tutto il bilancio europeo.
Questo obiettivo viene perseguito, abbiamo visto, anche con i fondi strutturali (indiretti) come ad esempio il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) ed il Fondo Sociale Europeo (FSE).
Il primo sostiene soprattutto la realizzazione di infrastrutture e investimenti produttivi che generano occupazione, soprattutto nel mondo delle imprese. Il secondo mira a favorire l'inserimento professionale dei disoccupati e delle categorie sociali più deboli, finanziando in particolare azioni di formazione.
A questi si affiancano, poi, i cofinanziamenti agli stati (casi in cui l'UE eroga cofinanziamenti non solo sulla base di proprie decisioni ma anche sulla base di declinazioni "locali" presentati alla UE da Governi e Regioni) che generano quelli che sono i PON (Piani Operativi Nazionali) e i POR (Piani Operativi Regionali), che diventano alla fine call for proposals per il territorio. 

Sui Fondi strutturali, quindi, fare i conti è più facile. Sono in un certo senso definiti. 
Fondi strutturali per l'Italia nel periodo 2007 - 2013 (le cifre sono in €):

Periodo
Stanziati
Utilizzati
Percentuale
2007-2013
27.952.613.430
16.290.125.356
58,28%
(Dati 2014, fonte UE, Governo e giornali italiani)

E’ vero che per lo scorso periodo (settennio) il 58,28% delle risorse messe a disposizione dall'Europa spese o impegnate è un dato che ci colloca in coda alla classifica. La situazione non è omogenea a livello territoriale: per quanto riguarda il FESR il dato è la media tra il 73% raggiunto nelle regioni del Centro-Nord (che quindi dovrebbero centrare il pieno impiego delle risorse entro la scadenza fissata alla fine del prossimo anno) e il 57% del Mezzogiorno. La maglia nera ce l’hanno tre regioni: Campania, Calabria e Sicilia. Sono queste  le regioni che maggiormente faticano a impiegare le risorse a disposizione  soprattutto nei programmi per la cultura, il turismo e le infrastrutture di trasporto.
Con motivi diversi. Burocrazia, ignoranza sui fondi UE, corruzione e malaffare. Cause, direi, abbastanza trasversali nel nostro territorio.

Ma non tutte additabili solo al “governo”, locale o centrale che sia. Ma anche ad una diffusa errata conoscenza di quello che effettivamente sono i fondi europei e in che cosa possono essere utilizzati. A discapito di quanti (e oggi stanno diventando tanti) fanno lavori e informazione in questo campo.

Per i fondi diretti, al contrario, è più difficile fare una valutazione. Questo perché non esiste una cifra definita e stanziata. I fondi sono cospicui ma sensibilmente inferiori ai fondi strutturali. La gara qua è un'altra: c’è moltissima competizione. Fatta a colpi di innovazione, di capacità, di soluzioni, di pratiche d’eccellenza e di progettazione ad alti livelli (con difficoltà differenti a seconda delle diverse linee di finanziamento). In ogni caso la competizione è fortissima. E l’asticella è alta.
Ci giochiamo qualche posizione in margini di success rate che raramente superano il 10-15% con 27 paesi partecipanti normalmente (ma che possono arrivare anche a oltre 30, con deroghe e affiliazioni). 
E’ in questo ambito che valgono molto concetti come “project culture” che definisco come la conoscenza matura derivante dall’esperienza di esecuzione delle diverse fasi dei progetti europei,  “credentials” da non confondere con la parola “raccomandazione” cara alla cultura italica, ma definibile come un insieme di esperienze già realizzate con successo (anche piccole) che descrivano nei fatti il “beneficiario”, o anche parole come l’espressione francese “esprit communautarie”.
Il vantaggio del partecipare a queste linee di finanziamento non è (non solo) quello economico. Molto importante, e assoluto, è il vantaggio di apertura e di crescita dei propri skill e delle proprie capacità. Capacità di gareggiare ai massimi livelli di qualità e di risultato. In tutti i mercati del globo. In un certo senso si cresce partecipando, a volte vincendo, e nel caso di vittoria, spendendo in maniera efficace ed efficiente quanto ottenuto. 

E quindi? Senza speranza?

Assolutamente no.
E' in questi casi dove, a volte, la voce Italiana si fa sentire forte. Una voce che spero aumenti. Molto!!!

C’è un’Italia capace. Che è quella che, seppur in minoranza oggi, rischia, si impegna, studia, capisce, applica, sperimenta e diventa eccellenza e esempio. Anche nei fondi europei.
E questi "casi" aprono la strada ad un’Italia “possibile”.
Sono esempi fondamentali per leggere una via e per capirla: infatti, oltre a dirci che “è possibile”, anche nella indeterminatezza di una “gara”, anche nella complessità delle regole, anche nella burocratica lentezza della maggioranza delle PA Italiane, ci danno indicazioni precise su mentalità, stili, approcci e “modus operandi” ai quali il tessuto produttivo e proponente dovrebbe aspirare. Per competere e per uno sviluppo sociale, prima ancora che economico.
C’è anche altro: quello che i potenti e precisi progettisti tedeschi, gli esperti austriaci, i poco appariscenti francesi e gli audaci spagnoli non hanno è la genialità e la fantasia tutta Italiana nel concepire e realizzare soluzioni a problemi. I progetti Italiani, quando sono fatti bene, nel rispetto delle regole, affiancati da progettisti italiani con competenza europea solida, con spese secondo i parametri europei, hanno, quasi sempre, un notevole riscontro in sede europea. E non perché sono lampi nelle tenebre, ma perché sono esempi di buone pratiche e di soluzioni innovative.
Ci sono alcuni programmi in l'Italia eccelle, fra l’altro, non sono nemmeno i più semplici dove risultare vincitori. Qui c'è un'Italia che si prepara, che si affida a tecnici preparati, che ha buone idee, che si mette in gioco e che cerca, e molte volte ci riesce, di migliorare.
Quindi, cercando di guardare il positivo, vorrei stimolare altro positivo. Identificando programmi e progetti dove abbiamo dato sfoggio di buone pratiche e innovazione.


Uno di questi programmi, ad esempio, è il programma Life.
Nel 2014 (valido anche nel 2015) è stato presentato modificato e aumentato rispetto agli anni precedenti. Il nuovo programma è diviso in due macroaree:  Environment (con tre sottoprogrammi: Nature e Biodiversity, Environment and Resource Efficency, Governance and Information) e Climate Action (anche questo con tre sottoprogrammi: Change Mitigation, Change Adaptation, Governance and Information).
Ma è un programma antico che dal 1992 finanzia azioni in campo ambientale.
E qui, la giocano da padroni, due nazioni sopra a tutte le altre. Italia, da quando esiste il programma e, con noi, la Spagna.
Nei periodi sino al 2006, l’Italia ha superato tutti, con un record di 243 progetti finanziati sul totale di 1078 finanziati nel periodo 1992 – 2006, che corrispondono a 113 milioni di euro erogati come contributi (cofinanziamento a fondo perduto) all’Italia.
Nel complesso, 2007 – 2013, l’Italia si è vista approvata 304 progetti su un totale di 1406 approvati dalla UE, per un totale di spesa di circa 2 miliardi e mezzo di Euro, con la Spagna avanti a noi di poche unità (312 progetti approvati totali in tutto il periodo), recuperate nella maggior parte nel 2013.
Infatti, nel 2013, sono state finanziate dalla UE  228 proposte provenienti da tutta Europa.  Di queste 47 hanno come capofila entità Italiane, e altri 5 progetti hanno entità italiane come partner. La Spagna nel 2013 ci ha battuti con 69 progetti approvati.
Sempre nel 2013, fra i 47 Italiani, il Veneto ha ottenuto 4 progetti finanziati (Life ENV)
CARWASTE    proposto da PAL srl ha ottenuto 1.094.237 € su un costo tot di 2.346.103
HFREE Life PICKING proposto da RIVIT SpA ha ottenuto 701.081 € su un costo 
tot di 1.492.614 €
Life REPLACE BELT proposto da Plastic Metal SpA ha ottenuto 736.634 € su c. tot di 1.554.518 €
Life AGRICARE proposto da Veneto Agricoltura ha ottenuto 971.480 € su c. tot di 2.577.825 €
(database UE Life)
I dati del 2014, non sono ancora del tutto disponibili e ve li darò appena possibile.

A fronte di questi successi che si è creata una “scuola” con un buon numero di professionisti (a volte associati in studi, a volte in grosse società o anche come singoli professionisti) che più di altri hanno sviscerato e compreso il meccanismo del programma, ottenendone per il territorio, la massima ricaduta economica possibile, legata a progetti che salvaguardano l’ambiente in tutte le sue forme.

Fra i progetti del 2013 sulle tematiche dell’ambiente, ne sono stati scelti 25 dalla UE e premiati come migliori.
Fra questi 6 sono considerati “Best of the best
Fra questi c’è il progetto Italiano ENERG – ICE proposto da DOW Italia srl

Fra i restanti 19 “Best projects”, compare un altro progetto Italiano. Il SEDI.PORT.SIL proposto dal MED Ingegneria S.rl. sito web:  http://www.lifesediportsil.eu/
Web Submary:

Questo solo come esempio. Si può fare di più? Certo. Ma è anche vero che, volendo, possiamo.
Nel prossimo articolo, vi mostrerò altri progetti in cui l’Italia ha dato esempio ed è stata premiata, anche in altri programmi.